My love is here to stay

marito

 

Riesco quasi solo ad alimentarmi di amori lontani: a volte fisicamente, a volte anche affettivamente (non parlo di amori non ricambiati, quello mai, ma di amori non esplicitati, per così dire vaghi e quasi pudici). Mi serve distanza per gestire un rapporto perché ho bisogno di colmare questa distanza di emozioni continue, passioni, sogni, sublimazione, mistero, tormenti ed estasi. L’eccessiva vicinanza riporta tutto a un reale quotidiano. E dopo come fa la bambina a giocare a fare la fidanzata? Dopo deve “essere” fidanzata. E non si gioca più.

Stasera per esempio vorrei dire all’uomo che ho amato e che amo che, anche se non lo vedo e sento più da un sacco di tempo, che l’amore è lì – testardo, ostinato, illuso – e basterà un minimo suo cenno, o anche un lieve fischio, o un battito di ciglia, e io ci sarò, pronta a tutto, pronta a raccogliere le briciole che cadono dalla sua tavola, se briciole mi vorrà dare. Lui è l’unico. Tutto il resto è stato contorno, colore locale e fumo negli occhi.

Ma non posso dire niente: chissà dov’è, chissà cosa fa e con chi. Eppure sono sicura che mi sente.

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Per raccontare l’America balbuziente di Trump ci vorrebbe Philip Roth

manhattanAnch’io un tempo pensavo che l’America fosse la felicità. Non so esattamente perché lo pensavo, ma mi sembrava che lo pensassero un po’ tutti. Forse avevamo visto troppi film di Woody Allen e credevamo davvero che New York fosse meravigliosa. È incredibile quanto i mass media – un tempo si sarebbe detto la propaganda – riescano a obnubilare le menti oltre ogni evidenza. “Venezia è un sogno”, “Roma la città eterna”…Le visiti, le vedi, le vivi eppure non le vedi subito per come veramente sono, anzi  a volte non riesci proprio a coglierne la verità, se non dopo molto tempo: hai davanti l’evidenza e la neghi. L’evidenza è che Venezia è umida e invivibile e che Roma è sporca e caotica. Per non parlare di chi per anni ha creduto che l’Unione sovietica fosse il paradiso in terra nonostante avesse davanti agli occhi il frutto bacato di un’ideologia evidentemente fallimentare.

La propaganda è così potente da renderci ciechi. Anzi no, peggio: stiamo guardando l’abisso e ci fa credere di vedere la cartolina.

L’America ce l’hanno sempre raccontata bella e vincente, ma non è così. È un paese malato, che sta per eleggere un pazzo pericoloso come presidente. Come è potuto accadere? Sbagliavamo noi a crederla l’Eldorado o è lei che è cambiata?

rothPhilip Roth dovrebbe tornare a raccontarci l’America di oggi, così come ha raccontato quella di ieri e dell’altro ieri in “Pastorale Americana“. Scritto nel 1997, il romanzo narra la vita di Seymour Levov, detto The Swede, lo svedese, per quanto è biondo e bello. The Swede è anche un campione sportivo ed è figlio di un ricco imprenditore. Ha vissuto la giovinezza negli anni del dopoguerra e del boom economico: in pratica è la rappresentazione del boom economico. Naturalmente The Swede sposa una giovane donna bella e amabile quanto lui, Dawn, ex Miss New Jersey. Da lei ha una figlia. La famiglia vive negli agi e in uno stato di apparente – ma anche, per un certo periodo di tempo, reale – felicità. Ma a poco a poco di apre una crepa in questo scenario idilliaco.

Merry, la figlia, è balbuziente. Non si sa perché: la sua esistenza è tranquilla e appagante, i genitori sono brave persone che la amano, il Paese è fiero e tranquillo. Merry ha
tutto, eppure balbetta. Un primo, inquietante campanello d’allarme. Ma è nella adolescenza che la crepa si allarga fino a diventare un baratro. Merry è sempre più rivoluzionaria e ribelle, frequenta cattive compagnie, manifesta contro la guerra in Vietnam. Poi, a un certo punto, piazza una bomba nell’ufficio postale del paesino in cui vive: ucciderà delle persone. La figlia dell’America perfetta è un’assassina. La famiglia, naturalmente, va in pezzi. Non subito, a poco a poco. La moglie di The Swede si rifugia nella chirurgia plastica e poi in nuovo matrimonio. Lui continua disperatamente a cercare la figlia che nel frattempo si è data alla clandestinità. E purtroppo la trova: è irriconoscibile. PastoralBar640Alloggia in una stanzetta squallida, nascosta al mondo, è sporca, sola,  è stata vittima di  abusi e violenze, ha sulle spalle altri omicidi politici e nel frattempo è diventata giansenista, un credo che la porta a non mangiare né lavarsi per non fare del male ad altri esseri viventi. Sembra finalmente serena, non balbetta più. È sulla soglia della morte.

È l’America che si suicida.

Roth ha raccontato la fine del sogno americano, accoltellato dalla guerra in Vietnam, ma anche dalla fine del boom economico, dall’insorgere dei conflitti razziali e sociali, dal disvelarsi di una cruda realtà molto più complicata di qualsiasi sogno.

Eppure abbiamo continuato a credere che fosse il Paese più straordinario: abbiamo creduto nella Silicon Valley e negli Steve Jobs che a 20 anni diventavano miliardari, senza vedere le decine di migliaia di barboni assiepati nel centro di San Francisco. Abbiamo creduto nel primo presidente nero, senza vedere le centinaia di migliaia di neri poveri e disagiati che nei ghetti preparano la rivolta contro la polizia. Abbiamo creduto che ci fosse lavoro per tutti, senza vedere i biechi trucchi della finanza creativa che hanno portato alla crisi economica internazionale e alla perdita di milioni di posti di lavoro. Abbiamo creduto che fosse la terra delle libertà, senza vedere i messicani respinti alle frontiere. Abbiamo creduto che fosse la terra della democrazia, senza vedere che alla fine comandano sempre le stesse famiglie, i Bush o i Clinton (speriamo i Clinton). Abbiamo creduto che fosse la terra dell’efficienza, senza vedere che quell’efficienza ha un prezzo altissimo (anche concretamente: in ospedale ti curano bene – forse – ma ti svuotano il portafoglio, nelle università insegnano bene – forse – ma devi fare un mutuo per iscriverti). Abbiamo creduto in un futuro presidente donna. Continuiamo a crederci, ma chissà.

Una Merry balbuziente e disadattata c’è in qualsiasi famiglia, anche nelle migliori. E può provocare grandi danni.

 

 

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Scripta volant: perché Internet ci farà ammalare tutti di Alzheimer

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Con Internet rischiamo di vivere in un eterno presente.

Premessa: lavoro per una testata giornalistica online.

La riflessione sull’eterno presente in Internet l’ho elaborata l’altro giorno, quando mi è passato per le mani un articolo sulle piattaforme di crowdfunding, quelle destinate alla raccolta fondi online per vari tipi di progetti: chi cerca fondi pubblica un appello, chi lo desidera può aderire versando un’offerta in cambio di una piccola ricompensa. Vanno a caccia di finanziamenti filmaker, band musicali, persone che hanno avuto un’idea imprenditoriale, startup e molti altri.

L’articolo in questione era stato scritto un paio di anni fa ed elencava tutte le piattaforme di crowdfunding all’epoca attive in Italia, una cinquantina. Essendo un articolo molto letto, la mia testata ha deciso di pubblicarlo una seconda volta, ma ovviamente necessitava di aggiornamenti. Basti pensare che oggi di piattaforme di crowdfunding ce ne sono una settantina, quindi una ventina in più. Anche se non è detto che siano tutte nuove: è possibile che qualcuna delle vecchie sia scomparsa e molte altre siano nate. Il crowdfunding è una realtà molto frammentata nel nostro Paese:  le piattaforme affermate, quelle che hanno iniziato prima delle altre e hanno saputo costruirsi una reputazione,  si contano sulle dita di una mano. Poi  c’è uno sciame di tante altre piccole realtà che nascono e muoiono nello spazio di pochi mesi o anni. La verità, a mio parere, è che da noi non c’è tradizione di donazioni online e il settore stenta  a decollare. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo al discorso sull’eterno presente. Una collega si è occupata dell’aggiornamento testuale, perciò è intervenuta sull’articolo conservato nel nostro database e l’ha corretto. Così facendo, però, ha praticamente cancellato il vecchio articolo. Non conosceremo più la fotografia del crowdfunding in Italia così com’era 2 anni fa. Sappiamo soltanto come è oggi.

Ho chiesto al mio direttore se, in un futuro, non sarebbe stato il caso di procedere in modo diverso, magari conservando il vecchio pezzo e scrivendone un altro nuovo di zecca. Abbiamo girato la domanda al nostro esperto di Seo (Search engine optimization) , figura professionale che ormai è consultata dalle aziende editoriali come una sorta di santone ovvero l’Osho dei giornali online. Ci è stato risposto che abbiamo fatto bene ad aggiornare il vecchio articolo senza riscriverne uno nuovo, perché questo contribuisce a una maggiore visualizzazione dell’articolo sui motori di ricerca, ma che meglio avremmo fatto a rendere evidenti all’interno del nuovo articolo le modifiche e le correzioni apportate. Ci è stato anche ricordato come alcuni blogger, nel caso in cui debbano modificare un vecchio post per qualsiasi ragione, decidano di lasciare in bella evidenza i segni di cancellazione, in modo che si capisca che quella porzione di testo è stata rivista, ma resti in qualche modo visibile. “Per una questione etica” ci è stato detto.

Quindi abbiamo deciso che, ogni volta che aggiorneremo un pezzo, lasceremo in evidenza correzioni e modifiche, in modo da far restare traccia delle informazioni passate. Ma è davvero sostenibile una simile procedura? Io credo di no.

Penso semplicemente che, alla terza o alla quarta revisione di un articolo del genere, il testo diventerebbe pressocché illeggibile. La realtà attuale, e in particolare il mondo delle nuove tecnologie e del digitale, è in costante cambiamento, perciò non è facile tenere il passo e aggiornare costantemente le informazioni. E in ogni caso gli aggiornamenti devono essere frequenti. Mi viene in mente un bambino che scrive un tema, poi ci ripensa e fa qualche correzione a penna, e ci ripensa ancora e ne fa altre, e così via. Alla fine il testo sarà praticamente illeggibile.

Io credo che la via più semplice, e perciò quella che sceglieremo in massa, sarà cancellare ogni volta il passato per riproporre il presente. Un eterno hic et nunc, una visione priva dello spessore del passato, un present continuous. Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza. Ma soprattutto non vi è certezza di quello che è avvenuto ieri.

Questo, lo ammetto, mi spaventa e mi intristisce.

In “1984” di George Orwell la Psicopolizia, dopo aver arrestato le persone, ne cancellava ogni memoria dagli archivi. Cancellare, o comunque camuffare, alterare, edulcorare o stravolgere il passato è sempre stato un vizietto delle dittature. Non a caso le ideologie totalitarie o i movimenti nati dal fanatismo ideologico ricorrono a volte al rogo di libri per affermare ulteriormente il proprio potere. Bruciando i libri si brucia la memoria, così non resta che il presente a cui far riferimento per capire. Dar fuoco a degli oggetti di carta è comunque complesso e soprattutto eclatante: un rogo di libri non può sfuggire agli occhi del popolo, diventa un atto di comunicazione importante.  Funge da monito per i sudditi, ma è anche il segnale d’allarme per gli oppositori del regime. Purtroppo con le nuove tecnologie tutto diventa più facile e quindi più facilmente occultabile. Si fotoshoppano fotografie, si cancellano rughe e carni in eccesso: perché non ci si dovrebbe abbandonare al pigro piacere di fotoshoppare dati, informazioni, ricordi, riflessioni? Per bruciare i libri nei roghi i regimi impiegavano comunque un certo sforzo, mentre ritoccare dati e informazioni qua e là è molto più semplice: basta un hacker di (cattiva) volontà.

Ormai non è più vero che verba volant, scripta manent. Le cose scritte voleranno anch’esse, faranno lievi giravolte che nemmeno uno se ne accorge, si mimetizzeranno, giocheranno a nascondino, si imbelletteranno, si imbrutiranno. Tanto in Rete tutto si può cambiare.

Chi ne potrebbe trarre giovamento? Appunto le dittature. Noi occidentali pensiamo di esserne immuni, ma la Storia ha ampiamente dimostrato che non si impara mai a sufficienza dalla Storia. Personaggi come Donald Trump ci ricordano che gli estremismi, i fanatismi, i potenziali totalitarismi sono un rischio mai veramente azzerato.

È vero: oggi non c’è più bisogno di chiedere chi erano i Beatles, come recita la canzone cantata dagli Stadio (e poi molto meglio da Gianni Morandi), perché sarà sufficiente cercarlo su Google. Ma, d’altra parte, in futuro, si potrebbe arrivare  perlomeno a modificare o rivedere a proprio piacimento anche la storia dei Beatles. Certo, sarà molto, molto più difficile che ritoccare qua e là i dati sul crowdfunding, ma non è impossibile. Niente sembra impossibile online.

Un fiume scorre su un divano di pelle” recita un verso della suddetta canzone. La memoria internettiana è come quel fiume, che scorre ma non lascia traccia: la lascerebbe su un greto di terra e ciottoli, non su un divano di pelle. In un certo senso il greto è analogico, il divano è digitale. Ma questo non ci conforta. Né ci indica ancora una strada precisa per sopperire a questo incipiente Alzheimer digitale.

 

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Il Movimento 5 Stelle? È malato di iper-democrazia

 

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Mi sembra che il Movimento 5 Stelle soffra di iper-democrazia. L’iper-democrazia sta alla democrazia come il surrealismo sta al realismo. Dal momento che, per i 5 Stelle, “uno vale uno” chiunque ha diritto di dire la sua (e ci mancherebbe) ma soprattutto ognuno ha lo stesso diritto di comandare dell’altro. Nei partiti “figli” della democrazia rappresentativa questo non è pensabile: si sceglie un leader (con le primarie, o nei congressi, o in modo informale) e ci si fa guidare dal leader. Magari contestandolo, attaccandolo, financo ostacolandolo, come, per dire, fa la minoranza dem con Renzi. Ma il capo è lui: al limite lo si può far cadere, ma non lo si sostituisce mentre è in sella.

In passato era così. La Dc se la cavava con le correnti, essendo un partito vasto e portatore di molteplici istanze. Il Pc era per sua natura dirigista (ora, come si vede, molto meno). Ma i partiti hanno sempre dato mandato ai propri leader di governare sulla base di ideali, valori e strategie condivisi. I 5 Stelle non hanno, mi pare, una base comune di valori e strategie. Gridano “onestà”, tifano per l’acqua pubblica ma, a parte una serie di progetti e progettini intorno ai quali si riconoscono, non possiedono un vero, completo, organico pensiero condiviso, una Weltanschauung per dire la parolona. D’altra parte il movimento nasce proprio dal presupposto che uno valga uno, che chiunque possa pronunciarsi sulla qualunque, che l’uomo della strada sia in grado di fare politica come – e anzi meglio, in modo più “onesto” – del politico navigato. Visione semplicistica, superficiale, da disegnino delle scuole elementari. Visione a una o due dimensioni, non certo tridimensionale. E, appunto, una visione iper-democratica, che spazza via concetti come delega e rappresentatività. Siamo tutti in grado, siamo tutti bravi, anzi siamo molto più bravi perché onesti, puri, appassionati.

Quindi il voto di Virginia Raggi vale quanto quello di Beppe Grillo o di Massimo D’Alema o di Benito Mussolini o di Gino Bianchi (chiunque egli sia). Quindi Virginia Raggi vale come D’Alema o come Bianchi. E perché dovrebbe governare lei e non Bianchi (o mio cugino, o un alpinista di mia conoscenza)?

Se l’iper-realismo è la rappresentazione del reale in modo così perfetto che sculture e pitture sembrano vere, anzi più vere del vero, e per questo talvolta inquietanti, così l’iper-democrazia è la democrazia all’ennesima potenza, dove tutti valgono come tutti, perciò sono sostituibili, perciò impossibilitati a esercitare una leadership, e di conseguenza in grado di generare un contesto caotico e iper-litigioso.

Insomma, a mio parere la giunta Raggi a Roma non andrà lontano. Ma auguri.

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Brexit: perché siamo ragazze (e ragazzi) dell’Europa prima nel cuore e poi nei trattati

unione europea digitalePer me l’Europa è esistita prima nel cuore che nei trattati. Sarà che ho vissuto adolescenza e giovinezza negli anni Ottanta, anni di consumismo e superficialità ma anche ricchi di energie e fiducia nel futuro.

L’Europa era la mia casa, non si discuteva. Non avevo ancora 18 anni, con alcune mie compagne di scuola, d’estate, avevamo partecipato a un torneo di pallamano a Teramo e avevamo conosciuto gente di ogni nazionalità. Tra loro anche un gruppo di spagnoli con i quali facemmo amicizia: trascorrevamo le serate parlando in un italiano spagnolizzato assolutamente improbabile, ma loro, chissà com’è, ci capivano lo stesso. Ci invitarono a Valencia. Non potevamo non andare. I nostri genitori non ne volevamo sapere, ma noi praticammo nei loro confronti una sorta di stalkeraggio estivo, per cui, insistenza dopo insistenza, furono costretti a cedere. A settembre, alla stazione della nostra piccola città italiana di provincia, mentre salivamo su un treno con destinazione Spagna, c’erano tanti amici a salutarci: era stata una conquista, quel viaggio in Europa ancora da minorenni.

Fu un’esperienza fantastica ma anche una sorta di rito di passaggio. I nostri amici ci ospitarono nelle loro case, ci offrirono paella e sangria, restammo svegli fino all’alba sulla spiaggia, restammo svegli a leggere insieme in spagnolo i libri di Garcia Marquez… Qualcuna si innamorò, qualcuna fu respinta, qualcuna fu sedotta, qualcun altra sedusse. Ricordo i baci, le risate, uno dei ragazzi spagnoli che camminava in pieno centro con l’incavo delle mani colmo di marijuana (la Spagna del dopo-Franco era come i primi film di Almodovar, sorprendente e pazza). Eravamo giovani, eravamo europei. Soprattutto eravamo giovani.

I confini non contavano, le diversità culturali nemmeno (anzi, erano interessanti), l’Europa era nostra, il mondo era nostro.

interrail_01Poi ci fu l’Interrail. Un biglietto chilometrico che, a costo irrisorio, ti consentiva di viaggiare in treno dovunque in Europa nell’arco di un mese, a patto che avessi meno di 26 anni. Ne avevamo 19 o 20, io e Claudia, e partimmo per il nostro viaggio. Io dall’Italia, lei era già in Francia. Non esistevano i cellulari. Si disse: ci vediamo il tot giorno, alla tot ora, alla tale stazione di Parigi. Fatto. Lo smartphone, in fondo, è stato inutile per millenni e lo fu anche in quel caso. Si rimase un po’ a Parigi, poi si visitò Amsterdam, quindi salpammo per la Gran Bretagna. Allora era ancora Unione europea, oggi non più. Ci stabilimmo in un ostello a Londra, andammo a bere birra nei pub e frequentammo locali dark, poi ci trasferimmo a Manchester, dove fummo ospiti in casa di inglesi conosciuti giorni prima sotto la Torre Eiffel, quindi partimmo per l’Irlanda del Nord. A Belfast il centro storico a una certa ora chiudeva. Era circondato da cancelli con pesanti inferriate, qualcuno passava sul calar della sera a serrare i cancelli col lucchetto. Claudia fece amicizia con un nord-irlandese cattolico che ci portò a casa sua: ricordo che era molto circospetto mentre camminavamo per le strade, soprattutto per quelle abitate dai protestanti.

Negli anni successivi sono tornata più volte in Spagna (è matematico: lì ci si diverte sempre), sono stata un paio di volte in Irlanda, sono tornata in UK, ho trascorso varie estati in Francia…

L’Europa è l’Unione europea? Per la me stessa 17enne che andava in Spagna proprio no. Non sapevo nemmeno bene cosa fosse la Ue. Ma a quella età forse è naturale non saperlo. Ci sarebbe stato tempo, in seguito, per approfondire, studiare, riflettere, arrabbiarsi. Non ci pensavo proprio che, solo 40 anni prima, in quei Paesi nei quali scorrazzavo liberamente e allegramente con le mie amiche, c’erano state due guerre mondiali che avevano visto tutti contro tutti e causato milioni di morti.

Per me quella pace e quella prosperità erano naturali, come avere i capelli biondo-cenere o un certo neo sulla spalla. E di questa “naturalezza” si può e si deve dire solo grazie a chi ha voluto e creato l’Unione europea.

Però, pur non sapendo cosa fosse la Ue, nel mio piccolo, con le mie amiche, nel mio limitato mondo, portavo avanti anch’io – minuscola pulce sul palcoscenico della storia – alcuni dei valori fondanti di questa unione: l’amicizia tra i popoli, la libera circolazione, la condivisione di culture ed esperienze.

Ora che la minorenne è diventata (da gran tempo) maggiorenne, ora che di Ue leggo e scrivo, ora che mi arrabbio per la Brexit, ora più che mai penso che sia necessario credere nell’Europa. Certo, cambiando quello che non va, cercando di tornare allo spirito originario, eliminando storture e sprechi, migliorando, affinando, semplificando. Ma sempre credendoci. United we stand, divided we fall. Peccato per chi non l’ha capito. La ragazza di 17 anni, che beveva sangria con i suoi amici sulla spiaggia di Valencia, l’aveva capito da molto tempo.

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Bruci la città (e vinca Virginia Raggi)

 

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Per fortuna non voto a Roma, però ci ho vissuto molti anni, mi ha dato tanto, le voglio ancora bene e mi sento di dire la mia. Roma va bruciata. Data alle fiamme, incendiata, carbonizzata, come avvenne sotto Nerone.

Non è un mistero che la città è alla deriva: degradata, devatasta, difficilissima da risollevare e raddrizzare. Appesantita dalle spese di Walter Veltroni, che pure aveva un’idea di città, è stata flagellata dalla crisi economica e dalla giunta Alemanno, per poi essere solennemente presa in giro da Ignazio Marino. Su quest’ultimo se ne sono dette tante. Dal mio personale osservatorio, negli anni in cui Marino è stato al potere non ho visto cambiare niente, anzi semmai ho constatato peggioramenti. Le strade sono rimaste piene di buche, i cassonetti strapieni di spazzatura, il traffico insostenibile, gli homeless sempre più numerosi, la città sempre più insicura, sporca, trascurata, le cose sempre così complicate. L’allontanamento di Marino è stato, a mio parere, necessario: e non perché “non piaceva a Renzi”, come una parte della sinistra (la solita, quella auto-distruttiva, sosteneva), ma perché era assolutamente inadeguato a governare la capitale d’Italia.

Ed eccoci qua. Il primo turno delle amministrative si è svolto e sappiamo come è andata. I voti più numerosi sono andati a Virginia Raggi dei 5 Stelle, Giorgia Meloni si è presa la sua parte, Roberto Giachetti si è presa un’altra – modesta – parte, Alfio Marchini, se dio vuole, se lo sono filati in pochi.

Chi sceglierei al secondo turno? L’incendio, senza dubbio.

roma incendio

Giachetti sembra bravo e perbene, e sarebbe il sindaco meno peggio, pur non essendo certo una figura nazionale di primo piano. La Raggi è inadeguata, non c’è dubbio. È stato facile dedurlo dalle affermazioni pre-voto (vedi la famigerata funivia), ma anche dalla sua biografia. Non mi preoccupa che la candidata a sindaco di Roma dei 5 Stelle abbia “lavorato per lo studio Previti“, come le hanno contestato in molti. Al massimo Previti l’avrà visto una volta, per pochi secondi, quando lui le ha chiesto “Scusi signorina, dov’è il bagno?”. Anzi, magari le avesse telepaticamente trasmesso un po’ della sua furbizia da squalo alla Underwood, ovviamente depurata e filtrata in modo che possa essere utilizzata non per le porcate che faceva lui, ma per servire il bene comune – perché ne servirà di onesta “squalitudine” per governare una città come Roma.

Preoccupa di più che nelle sue candide note biografiche la giovane donna affermi di essere “nata e cresciuta nel quartiere San Giovanni – Appio Latino fino all’età di 26 anni”, poi “per amore” di essere “emigrata ad Ottavia” dove vive. Cioè ha cambiato quartiere e si immagina che prima o poi uscirà anche dal raccordo anulare. Un po’ poco per l’aspirante sindaco di una capitale europea. Sempre dalla bio online si evince che ha fatto cose interessantissime e importanti in passato  quali “raccolta degli olii esausti” e la creazione dell’evento “Notte di mezza estate al Pineto”. Da qui si capisce meglio perché non se la senta ancora di gestire le Olimpiadi a Roma. L’auspicio è che non governi da sola, ma col gruppetto dei suoi amici grillini, così magari può copiare i compiti.

Eppure la Raggi va votata. Eppure in tanti la voteranno.  Non credo che i suoi elettori lo faranno solo per odio e rancore verso il Pd renziano (ritenuto colpevole di aver strappato alla città un Ignazio Marino a suo tempo dipinto come “Madonna Patrona dell’Onestà”): una parte certamente sì, lo farà per dispetto, ma non tutti. I più lo faranno – voglio credere – per dare un chiaro segnale al Pd, che pure in passato a volte ha governato bene. E il segnale è “Non puoi continuare a prenderci in giro, non ci devi riprovare”. Votare Giachetti per il bene di Roma sarebbe come se una moglie vessata e abusata dal marito, che quindi sta per separarsi da lui, rinunciasse all’idea perché all’ultimo il marito le porta un mazzo di fiori e “per il bene dei figli”. Si converrà che i nostri figli sono anche più importanti di Roma, egoisticamente parlando. Però la gente si separa lo stesso.

oltre_giardino_OKVediamo dunque cosa farà questa ragazza. Magari la Raggi funziona come funzionò il giardiniere nel film “Oltre il giardino” con Peter Sellers (anche se, come sappiamo, i film sono film e la realtà è ben diversa). Oppure no, non funziona, non ci capisce niente, la mafia stappa champagne, i corrotti ridono, la gente comune si arrabbia ancora di più di quanto è normalmente arrabbiata. E allora divampa l’incendio.

 

E l’incendio – deo gratias – distruggerà tutto: le inefficienze, i disagi, le brutture che offuscano la Grande Bellezza, i mucchi di spazzatura per le strade, gli scioperi dell’Atac il venerdì per fare il ponte, gli autobus vecchi e sovraffollati, la metropolitana dove ci piove dentro, gli statali sfaticati e ladri, i dipendenti privati anche loro abbastanza sfaticati e abbastanza ladri, la gente sempre più maleducata, isterica, stressata, i poveri in costante aumento, i barboni, gli zingari che frugano nella spazzatura e scippano i turisti, i camion bar piazzati davanti al naso delle opere d’arte immortali, la sciatteria, la trascuratezza, l’immoralità. Tutto raso al suolo e purificato dalle fiamme.

Per evitarlo servirebbe un guizzo di etica, il desiderio squisitamente altruistico di salvare una città che pure è bellissima ed è stata grande.

Ma non c’è, non c’è ancora. Abbiamo giusto Virginia, per il momento. E allora che Virginia sia. Se non ce la farà muoia Roma con tutti i grillini – per poi risorgere naturalmente, perché quando si è toccato il fondo non si può che risalire. Oppure viva e prosperi, chi lo sa. Il malato è terminale, serve una cura shock.

 

colosseo

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Le 100 cose che non sai di me: 1) La fotografia

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Certo, la questione delle identità non è uno scherzo. Io, per esempio, se mi chiedono chi sono, non so mai come rispondere. A volte mi sembra di conoscermi fin troppo bene, tanto che quasi mi stufo di me stessa: so a memoria cosa dirò, cosa farò, come reagirò ai problemi, quali coazioni a ripetere ripeterò. Altre volte mi stupisco di come io stesso cambio al cambiare dello scenario, e quasi non mi ritrovo più, e un po’ mi perdo.

Ecco, io spesso, quando mi guardo indietro, mi trovo di fronte una sconosciuta. Mi sembrano trascorse ere geologiche da quando ero bambina, e poi adolescente, e poi giovane donna. Mi sento completamente cambiata, e non solo nel fisico. Mi sento diversa, un’altra, molte altre. Non ritrovo il filo. Non ritrovo affinità né comuni denominatori.

Poi l’altro giorno ho ritrovato una fotografia di me da piccola.

Avrò avuto tra i sei e gli otto anni. La foto era sicuramente stata scattata da mio padre o da mia madre (più probabilmente da mio padre, era lui il “tecnico”) con quelle macchine fotografiche di un tempo che oggi, a noi che ci spariamo selfie a raffica da smartphone, sembrano roba medievale, e invece magari all’epoca erano il massimo del progresso.

Era il giorno del mio compleanno, quindi festeggiavo i sei, o i sette, o gli otto anni.

Ero ritratta a mezzo busto. Ero sorridente, estremamente sorridente, sorridevo al mondo con la mia bocca grande e piena di dentini. Si tende a pensare che tutti i bambini siano sempre sorridenti e ridenti, ma non è così. Avevo una cuginetta che, a quella mia stessa età, era sempre ingrugnita. Una bellissima bambina ma ingrugnita, come se le avessero messo degli spilli nelle mutande. Comunicava tristezza e disagio, nonostante la tenera età. Forse era gelosa delle due sorelline arrivate dopo di lei. A 16 anni si è fidanzata con un uomo che la adorava, si è sposata e i due piccioncini non si sono lasciati più, nemmeno dopo che lui ha avuto una grave malattia (per fortuna guarita), neppure dopo che lei è pericolosamente ingrassata. Forse è stata la compensazione di tutta quella tristezza infantile.

Ci sono poi quei bambini che stanno seri seri e ti guardano con sguardo torvo come se da un momento all’altro si mettessero a parlare e sputare come la protagonista dell’Esorcista. Altri abbassano gli occhi intimiditi. Altri ridacchiano. Altri ridono, sì, ma sguaiati e frenetici.

Io, nella foto, sorrido con un sorriso americano, da piccola presentatrice di uno show di prima serata. Era il mio giorno, era la mia festa di compleanno e c’erano i miei amici. Poca roba, saremo stati 7 o 8 in tutto, perché la casa dove abitavamo allora non era grande a sufficienza. Però ricordo con precisione la felicità inebriante che mi regalava far festa con gli amici (ero e sono figlia unica). Da lì quel sorriso entusiasta e, in un certo senso, padrone della situazione.

Dopo tanti anni quel sorriso è ancora lì. Ne sono passati di temporali, nevicate, grandinate, sono arrivate delusioni e ferite, cattiverie e complicazioni. Ho vissuto, capito, sofferto, sono caduta, mi sono rialzata, ho riprovato. Eppure, nella mia foto su Facebook, scattata pochi mesi fa, io – guarda un po’ – sorrido allo stesso modo. Forse perché, nel momento in cui me l’hanno scattata, ero felice: felice del nuovo lavoro, nella nuova città, di nuovi colleghi e amici intorno. Sembra strano, ma dopo tanti anni il sorriso si ripropone. Forse perché è ancora intatto.

Quanto agli amici, in realtà erano quasi tutte amiche: una bambina orfana del primo piano adottata da una coppia (lei che urlava sempre, lui che subiva), una vicina di casa un po’ più grande che stava con me soprattutto perché mia madre le faceva lo zabaione, la mia amica Valeria che adoravo e mi adorava al punto di copiarmi (vestiti, idee), la mia amica Caterina, nipote di una grande attrice e di un grande scrittore. Stavo benissimo con tutte. Un po’ perché i bambini stanno sempre bene con tutti. Io comunque ho conservato negli anni questa sorta di indifferenza democratica nei confronti degli amici: frequento e ho frequentato camerieri e ricconi, artisti e body-builder, approfittatori e disinteressati, adoratori e adorati. Per me pari sono, basta che funzioni.

Anche i capelli della bambina nella foto sono simili ai miei di oggi: riccioletti, di colore biondo-cenere tendente al rosso tiziano. Sono anche un po’ svolazzanti, sembro dire: “Corro di qua, corro di là, ma che divertente avere tutti questi impegni”.

Poi c’è il vestitino molto elegante. Mia madre ci teneva, io tuttora ci tengo.

Nell’immagine ho una forchettina in mano e davanti una fetta di torta, ma non la degno di particolare attenzione. C’è, è davanti a me, come ci sono stati in questi anni pranzi, cene, aperitivi, brunch e light lunch. Ma non sono mai stati essenziali.

Insomma, più mi guardo più mi ripeto: “Sì, sono io. Quella della foto sono io”.

Si sa da subito chi si è veramente. Si sa tutto. È dopo, col tempo, che un po’ ce lo dimentichiamo.

iobambina

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La maggior parte delle nostre occupazioni sono farsesche

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?  E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.  Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. (Matteo 6,25-34)

 

A volte mi chiedo quanto sia utile il lavoro che faccio. La risposta non è mai troppo positiva. E non solo il mio, devo dire. Mi guardo intorno e mi chiedo se anche quelli che conosco svolgano una funzione realmente utile alla collettività. Se tutto questo darsi obiettivi, disegnare strategie, pianificare, rendicontare ottimizzare, non sia un dimenarsi insensato, una sorta di ballo di gruppo scaramantico per allontanare lo spettro della mancanza di senso.

E a quel punto l’unico lavoro che mi sembra avere un senso è quello delle persone – forze dell’ordine, medici, infermieri, volontari – che quasi ogni giorno, a Lampedusa, allungano le braccia per afferrare altre braccia. Tendono la mano e pescano – pescano uomini, donne, bambini – stringono quelle mani tremanti per lo scampato pericolo, coprono le spalle infreddolite, accompagnano i corpi verso una terraferma si spera meno capricciosa dell’acqua. Quando, purtroppo, non accompagnano orfani o cadaveri.

Umanità che mette in salvo altra umanità.

E così penso di tutti gli altri lavori nei quali un essere umano allunga le braccia per tirar su un altro essere umano da un mare periglioso – una malattia, una disabilità, uno sbandamento, un disagio. Sono gli unici veramente utili. I nostri, al confronto, sono cipria sulla punta del naso delle signorine.

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Dimmi quale parente hai e ti dirò chi sei

parenti

Mi scrive in email una persona che non conosco: “Mi permetto di chiederle se è per caso parente di xxx (stesso mio cognome) di Roma, che ho conosciuto diverso tempo fa e che mi sembra di ricordare fosse parente del Prof YYY, ordinario di economia politica all’Università”. Non so chi sia lo scrivente, cosa voglia veramente, se un giorno sia caduto innamorato della signora xxx, l’abbia persa e ora ricerchi in modo indiretto e piuttosto goffo un contatto con la desaparecida, oppure se sia interessato al professore YYY, o voglia solo sapere qualcosa in più di me. Cosa poi? I miei gradi parentela?

No, non sono mai stata parente di nessuno. Sono orfana di genitori vivi. Come Gide, odio le famiglie. Sono madre di me stessa, figlia di me stessa, sorella di me stessa. Evito i cugini, non amo gli zii, non ricordo mai la differenza tra suocero, genero e cognato. Sono madre di un figlio. Amica di qualcuno. Amante di chi amo e di chi mi ha amata. Non ho una rete (di parentele): il che significa che, se cado mentre mi esibisco sul filo, mi sfracello al suolo. Ma anche che non finirò mai intrappolata.

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Se anche lo spinello diventa market-oriented

Bob_Marley_&_Homer_SimpsonStasera in treno vicino a me c’erano due giovani intorno ai 20 anni: quello alla mia sinistra, faccia – come si dice – pulita, capelli corti rossicci, maglietta con disegnata una pianta di marijuana, leggeva con attenzione una rivista sulla marijuana. Sono così venuta a conoscenza che in Italia esiste una rivista sulla marijuana e, devo ammetterlo, ho leggiucchiato sopra le sue spalle: articoli su come coltivare la pianta, su Bob Marley, contro il Ttip che evidentemente viene considerato non proprio adeguato per il traffico internazionale di stupefacenti e anche un articolo intitolato “Lsd, il mio bambino”, il racconto di un fruitore di acido lisergico negli anni Settanta. Rivista patinata, buona grafica, infarcita di eleganti pubblicità.

Il suo amico, che non leggeva niente, aveva un orecchino dilatatore, l’anello al naso (sic), vari altri orecchini, numerosi tatuaggi, la maglietta con scritto “Voglio una vita spericolata” (per la verità mi sarei aspettata qualcosa più di nicchia, tipo i Management del Dolore Post Operatorio), i capelli lunghi fermati da un cerchietto e la faccia – ancora una volta – pulita. Silenziosi, attenti, forse appena un po’ tristi.

I ragazzi mi sono parsi professionali e pronti ad aggredire il mercato di riferimento. Non mi sarei stupita se avessero tirato fuori un biglietto da visita con scritto “Spacciatore” o se avessero appena iscritto al Registro delle Camere di Commercio una startup chiamata, che so, MaryUp o SmartMaria. E’ che non ci sono più i drogati di una volta.

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