Scripta volant: perché Internet ci farà ammalare tutti di Alzheimer

Jo

eterno

Con Internet rischiamo di vivere in un eterno presente.

Premessa: lavoro per una testata giornalistica online.

La riflessione sull’eterno presente in Internet l’ho elaborata l’altro giorno, quando mi è passato per le mani un articolo sulle piattaforme di crowdfunding, quelle destinate alla raccolta fondi online per vari tipi di progetti: chi cerca fondi pubblica un appello, chi lo desidera può aderire versando un’offerta in cambio di una piccola ricompensa. Vanno a caccia di finanziamenti filmaker, band musicali, persone che hanno avuto un’idea imprenditoriale, startup e molti altri.

L’articolo in questione era stato scritto un paio di anni fa ed elencava tutte le piattaforme di crowdfunding all’epoca attive in Italia, una cinquantina. Essendo un articolo molto letto, la mia testata ha deciso di pubblicarlo una seconda volta, ma ovviamente necessitava di aggiornamenti. Basti pensare che oggi di piattaforme di crowdfunding ce ne sono una settantina, quindi una ventina in più. Anche se non è detto che siano tutte nuove: è possibile che qualcuna delle vecchie sia scomparsa e molte altre siano nate. Il crowdfunding è una realtà molto frammentata nel nostro Paese:  le piattaforme affermate, quelle che hanno iniziato prima delle altre e hanno saputo costruirsi una reputazione,  si contano sulle dita di una mano. Poi  c’è uno sciame di tante altre piccole realtà che nascono e muoiono nello spazio di pochi mesi o anni. La verità, a mio parere, è che da noi non c’è tradizione di donazioni online e il settore stenta  a decollare. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo al discorso sull’eterno presente. Una collega si è occupata dell’aggiornamento testuale, perciò è intervenuta sull’articolo conservato nel nostro database e l’ha corretto. Così facendo, però, ha praticamente cancellato il vecchio articolo. Non conosceremo più la fotografia del crowdfunding in Italia così com’era 2 anni fa. Sappiamo soltanto come è oggi.

Ho chiesto al mio direttore se, in un futuro, non sarebbe stato il caso di procedere in modo diverso, magari conservando il vecchio pezzo e scrivendone un altro nuovo di zecca. Abbiamo girato la domanda al nostro esperto di Seo (Search engine optimization) , figura professionale che ormai è consultata dalle aziende editoriali come una sorta di santone ovvero l’Osho dei giornali online. Ci è stato risposto che abbiamo fatto bene ad aggiornare il vecchio articolo senza riscriverne uno nuovo, perché questo contribuisce a una maggiore visualizzazione dell’articolo sui motori di ricerca, ma che meglio avremmo fatto a rendere evidenti all’interno del nuovo articolo le modifiche e le correzioni apportate. Ci è stato anche ricordato come alcuni blogger, nel caso in cui debbano modificare un vecchio post per qualsiasi ragione, decidano di lasciare in bella evidenza i segni di cancellazione, in modo che si capisca che quella porzione di testo è stata rivista, ma resti in qualche modo visibile. “Per una questione etica” ci è stato detto.

Quindi abbiamo deciso che, ogni volta che aggiorneremo un pezzo, lasceremo in evidenza correzioni e modifiche, in modo da far restare traccia delle informazioni passate. Ma è davvero sostenibile una simile procedura? Io credo di no.

Penso semplicemente che, alla terza o alla quarta revisione di un articolo del genere, il testo diventerebbe pressocché illeggibile. La realtà attuale, e in particolare il mondo delle nuove tecnologie e del digitale, è in costante cambiamento, perciò non è facile tenere il passo e aggiornare costantemente le informazioni. E in ogni caso gli aggiornamenti devono essere frequenti. Mi viene in mente un bambino che scrive un tema, poi ci ripensa e fa qualche correzione a penna, e ci ripensa ancora e ne fa altre, e così via. Alla fine il testo sarà praticamente illeggibile.

Io credo che la via più semplice, e perciò quella che sceglieremo in massa, sarà cancellare ogni volta il passato per riproporre il presente. Un eterno hic et nunc, una visione priva dello spessore del passato, un present continuous. Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza. Ma soprattutto non vi è certezza di quello che è avvenuto ieri.

Questo, lo ammetto, mi spaventa e mi intristisce.

In “1984” di George Orwell la Psicopolizia, dopo aver arrestato le persone, ne cancellava ogni memoria dagli archivi. Cancellare, o comunque camuffare, alterare, edulcorare o stravolgere il passato è sempre stato un vizietto delle dittature. Non a caso le ideologie totalitarie o i movimenti nati dal fanatismo ideologico ricorrono a volte al rogo di libri per affermare ulteriormente il proprio potere. Bruciando i libri si brucia la memoria, così non resta che il presente a cui far riferimento per capire. Dar fuoco a degli oggetti di carta è comunque complesso e soprattutto eclatante: un rogo di libri non può sfuggire agli occhi del popolo, diventa un atto di comunicazione importante.  Funge da monito per i sudditi, ma è anche il segnale d’allarme per gli oppositori del regime. Purtroppo con le nuove tecnologie tutto diventa più facile e quindi più facilmente occultabile. Si fotoshoppano fotografie, si cancellano rughe e carni in eccesso: perché non ci si dovrebbe abbandonare al pigro piacere di fotoshoppare dati, informazioni, ricordi, riflessioni? Per bruciare i libri nei roghi i regimi impiegavano comunque un certo sforzo, mentre ritoccare dati e informazioni qua e là è molto più semplice: basta un hacker di (cattiva) volontà.

Ormai non è più vero che verba volant, scripta manent. Le cose scritte voleranno anch’esse, faranno lievi giravolte che nemmeno uno se ne accorge, si mimetizzeranno, giocheranno a nascondino, si imbelletteranno, si imbrutiranno. Tanto in Rete tutto si può cambiare.

Chi ne potrebbe trarre giovamento? Appunto le dittature. Noi occidentali pensiamo di esserne immuni, ma la Storia ha ampiamente dimostrato che non si impara mai a sufficienza dalla Storia. Personaggi come Donald Trump ci ricordano che gli estremismi, i fanatismi, i potenziali totalitarismi sono un rischio mai veramente azzerato.

È vero: oggi non c’è più bisogno di chiedere chi erano i Beatles, come recita la canzone cantata dagli Stadio (e poi molto meglio da Gianni Morandi), perché sarà sufficiente cercarlo su Google. Ma, d’altra parte, in futuro, si potrebbe arrivare  perlomeno a modificare o rivedere a proprio piacimento anche la storia dei Beatles. Certo, sarà molto, molto più difficile che ritoccare qua e là i dati sul crowdfunding, ma non è impossibile. Niente sembra impossibile online.

Un fiume scorre su un divano di pelle” recita un verso della suddetta canzone. La memoria internettiana è come quel fiume, che scorre ma non lascia traccia: la lascerebbe su un greto di terra e ciottoli, non su un divano di pelle. In un certo senso il greto è analogico, il divano è digitale. Ma questo non ci conforta. Né ci indica ancora una strada precisa per sopperire a questo incipiente Alzheimer digitale.

 

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