L’America oggi? Spietata e sola: 8 cose che ho capito dalle serie tv

mad_men_season_5_cast_photoUna società ambiziosissima, vincente a tutti i costi, ma spietata e profondamente sola. Così mi immagino oggi gli Stati Uniti. Ma cosa ne so io? Poco o nulla, non ci vivo mica. So quello che leggo, quello che vedo. Però vedo tanto, e da tempo. Vedo le serie tv. Prodotti costruiti e girati di solito con grande professionalità. Oggi le serie tv si equivalgono ai romanzi d’appendice dell’Ottocento: sei sempre ansioso di vedere (leggere) la prossima puntata. Rappresentano ormai la Cultura, sia pur Cultura Pop, perché ci spiegano chi siamo e dove stiamo andando. Alcune hanno a mio parere lo stesso valore di un grande romanzo: penso a Lost, a Mad Men, a House of Cards…Altre sono semplicemente fatte bene. Ce n’è per tutti i gusti. Cito in ordine sparso: Friends, Sex and the City, How I met your mother, Will e Grace, Lie to Me, Doctor House, ma ce n’è un’infinità.

Sono ambientate quasi sempre in grandi città, in luoghi d’eccellenza, con protagonisti d’eccellenza: parlano di noi, di loro. Quello che vedo mi piace – perché avvincente, appassionante, divertente – e non mi piace. Racconta di una civiltà che sorride brillante al resto del mondo quando in realtà è a un passo dall’abisso. Questo è quello che vedo. E qui spiego perché.

  • Corrono sempre, tutti. Si parlano mentre camminano veloci. Vanno , molto di fretta, da lie-to-me-2qualche parte. Poi, certo, c’è il top manager o il mega-politico con ottimo stipendio che ogni tanto viene ripreso mentre se ne sta spaparanzato sulla mega-poltrona del suo mega-ufficio, magari con i piedi sulla scrivania, e ci sono dipendenti e segretarie che stanno seduti, chini sul computer. Ma le cose importanti se le dicono camminando velocemente. Dà un senso di ritmo, di frenesia, dello stare sempre sul pezzo. Però mette anche un po’ ansia.
  • Only the best – Qui si parla dei migliori, di quelli bravissimi, di quelli intelligentissimi, dei medici che risolvono casi impossibili come il Doctor House o degli antropologi che capiscono se una persona sta mentendo soltanto guardandola in faccia come in Lie to Me. Sono circondati da collaboratori brillanti, ma mai quanto loro. Il messaggio è: “Siamo i più forti, siamo i padroni del mondo”. Almeno fin quando non arrivano i cinesi.
  • Le persone vengono licenziate in pochi secondi, d’improvviso, a volte per motivi che appaiono futili – Riescono appena a balbettare qualche insulto, se ci riescono, ma è sottinteso che devono lasciare immediatamente quel posto, dove magari hanno lavorato per anni. Nulla viene specificato su un’eventuale liquidazione, su un periodo concordato di preavviso, su sussidi di disoccupazione. Non se ne parla, non interessa. Via, andare, è finita. Mi è sempre sembrata una cosa di una crudeltà strabiliante.
  • Le donne sono quasi tutte silfidi intorno ai 30, massimo 40 anni, belle, affascinanti ma cast-suits-36723220soprattutto con corpi magri, perfetti e inguainati in abiti elegantissimi – Si intuisce che indossano Prada, Calvin Klein, D&G o qualsiasi altro marchio vada per la maggiore negli Usa. Non un’imperfezione nei capelli o nel trucco, sembrano uscite da ore di parrucchiere-truccatore-sartoria. Anche alle 8 di mattina, anche dopo notti brave o faticose. Negli anni Settanta e anche un po’ negli anni Ottanta il cinema americano (a differenza di quello italiano, che inseguiva le bonazze) proponeva donne non bellissime, magari imperfette nella loro fisicità e nel modo di porsi o agghindarsi, ma decisamente interessanti: penso a Diane Keaton, Meryl Streep, Susan Sarandon…Tutte con qualche piccolo difetto, eppure in grado di convincere il pubblico. Negli ultimi anni il modello proposto è la Donna Impeccabile. Francamente un po’ lontana dalla realtà di tutti i giorni.
  • house-of-cards1L’unico modo di persuadere l’altro è il ricatto – L’America che ci viene restituita dalle serie tv non conosce solidarietà, empatia, pietà e neppure tentennamenti. Chi chiede qualcosa a qualcuno sa perfettamente che quel qualcuno non glielo darà mai e poi mai se non otterrà qualcos’altro in cambio. “You owe me a favour”, “Mi devi un favore”, oppure “I owe you a favour”, “Ti devo un favore”, sono le frasi ciclicamente ripetute nei rapporti tra colleghi o anche tra amici. Una sorta di contabilità dei rapporti umani: una volta ti ho fatto un piacere io, ora tu me ne devi un altro. Corretto ma rigido. E, ancora una volta, spietato. Se non si hanno favori “di riserva”, arriva il ricatto. Ormai si utilizza per qualsiasi cosa: dal diventare presidente degli Stati Uniti al far sentire a disagio il proprio superiore. In una serie tv vista di recente, “Suits”, uno dei capi di un ufficio legale dice qualcosa di negativo a una segreteria e quella, per tutta risposta, gli cita una data (giorno, mese e anno) che evidentemente ha un significato di qualche tipo per l’uomo. Che infatti se ne va con la coda tra le gambe, evidentemente terrorizzato dal fatto che la donna possa rivelare il suo segreto. A questo siamo arrivati.
  • I bambini non esistono – È un mondo adulto, come canterebbe Paolo Conte. Un how-i-met-your-mother-season-1-1280x960caravanserraglio di trentenni, quarantenni, cinquantenni generalmente ricchi o comunque benestanti, di bella presenza, brillanti, forti dei loro studi in qualche costosissima università. Ma sono sempre – quasi sempre – soli. Uomini single o divorziati, donne single o divorziate, spesso finiscono per amarsi tra loro, ma di solito a fine serie. Conducono esistenze quasi totalmente lavorative: sveglia alle 6.00 (negli Usa si fa così), lavoro lavoro lavoro, lavoro anche di sera o di notte, a volte. Poi ci sono le serie del puro cazzeggio tra amici o amiche (Friends, How I met your mother, Sex and the City) dove sembra che nessuno lavori mai. Il minimo comun denominatore è che di bambini ce ne sono veramente pochi. Donne in età fertile, o a volte anche sulla soglia della menopausa, ma rigorosamente senza figli. Uomini anche, se non sono padri single (Lie to Me). I bambini non tirano più nelle serie tv americane, o forse in generale nella civiltà occidentale. Così vengono rimpiazzati con una sorta di surrogati: la responsabile dell’ospedale di Doctor House, per esempio, ha un figlio in provetta, da mamma single. In Sex and the City una è costretta ad adottare due marmocchi perché non ne può avere di propri, un’altra diventa mamma per caso, maternità peraltro inizialmente non accettata. Si parla di interruzioni di gravidanza volontarie, di aborti spontanei, di fecondazione artificiale. In ogni caso la presenza dei bambini è accessoria a quella degli adulti e solitamente accidentale.
  • I genitori non esistono – Come si sa, negli Usa a 18 anni i figli devono lasciare la casa dei genitori e seguire la propria strada. Trovano lavoro, a volte cambiano città o Stato, si fanno la loro vita. I genitori sono spesso rappresentati come coppie benestanti e affiatate, tipo le coppie presidenziali, felici di potersi dedicare in tarda età al relax e agli interessi personali. I figli non li chiamano per mesi (quante volte abbiamo sentito ripetere da un personaggio la fatidica frase: “Devo telefonare a mia madre”?) oppure, se malati, li collocano in qualche costosa clinica privata (leggi ospizio). D’altra parte i genitori a volte borbottano un po’ per l’assenza dei figli, ma le coppie affiatate di cui sopra non sembrano sopportare neppure la presenza dei nipotini, laddove ce ne siano. La società italiana è malata di mammismo e familismo. D’altra parte la società americana sembra aver azzerato il rapporto padri-figli, almeno da quanto ci raccontano gli autori delle serie tv). Mi viene in mente solo una parola: solitudine.

  • Il melting pot ha funzionato – Le attrici nere non si limitano più a ruoli di contorno come how-to-get-away-with-murder-gallery-cast-shot-3002
    giudici di tribunale o vice-poliziotte: sono le nuove boss. Così accade per esempio in How to get away with murder, dove la docente di giurisprudenza e avvocato di grido è una signora nera, over 40, non silfide, non particolarmente bella, sposata con un bianco e con aiutanti bianchi. Sarà l’effetto Michelle Obama, ma ormai siamo molto molto lontani dalla Mamie di Via col Vento. Anche tutte le altre etnie sono ben rappresentate: latino-americani, asiatici, neri…A guardare la tv si potrebbe pensare che le seconde o terze generazioni di migranti sono perfettamente integrate nella società statunitense. E allora perché avere tanta paura dei migranti di oggi? Probabilmente perché non sono belli, ricchi e perfettamente agghindati come i protagonisti di queste serie, I suppose.

 

 

 

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Per raccontare l’America balbuziente di Trump ci vorrebbe Philip Roth

manhattanAnch’io un tempo pensavo che l’America fosse la felicità. Non so esattamente perché lo pensavo, ma mi sembrava che lo pensassero un po’ tutti. Forse avevamo visto troppi film di Woody Allen e credevamo davvero che New York fosse meravigliosa. È incredibile quanto i mass media – un tempo si sarebbe detto la propaganda – riescano a obnubilare le menti oltre ogni evidenza. “Venezia è un sogno”, “Roma la città eterna”…Le visiti, le vedi, le vivi eppure non le vedi subito per come veramente sono, anzi  a volte non riesci proprio a coglierne la verità, se non dopo molto tempo: hai davanti l’evidenza e la neghi. L’evidenza è che Venezia è umida e invivibile e che Roma è sporca e caotica. Per non parlare di chi per anni ha creduto che l’Unione sovietica fosse il paradiso in terra nonostante avesse davanti agli occhi il frutto bacato di un’ideologia evidentemente fallimentare.

La propaganda è così potente da renderci ciechi. Anzi no, peggio: stiamo guardando l’abisso e ci fa credere di vedere la cartolina.

L’America ce l’hanno sempre raccontata bella e vincente, ma non è così. È un paese malato, che sta per eleggere un pazzo pericoloso come presidente. Come è potuto accadere? Sbagliavamo noi a crederla l’Eldorado o è lei che è cambiata?

rothPhilip Roth dovrebbe tornare a raccontarci l’America di oggi, così come ha raccontato quella di ieri e dell’altro ieri in “Pastorale Americana“. Scritto nel 1997, il romanzo narra la vita di Seymour Levov, detto The Swede, lo svedese, per quanto è biondo e bello. The Swede è anche un campione sportivo ed è figlio di un ricco imprenditore. Ha vissuto la giovinezza negli anni del dopoguerra e del boom economico: in pratica è la rappresentazione del boom economico. Naturalmente The Swede sposa una giovane donna bella e amabile quanto lui, Dawn, ex Miss New Jersey. Da lei ha una figlia. La famiglia vive negli agi e in uno stato di apparente – ma anche, per un certo periodo di tempo, reale – felicità. Ma a poco a poco di apre una crepa in questo scenario idilliaco.

Merry, la figlia, è balbuziente. Non si sa perché: la sua esistenza è tranquilla e appagante, i genitori sono brave persone che la amano, il Paese è fiero e tranquillo. Merry ha
tutto, eppure balbetta. Un primo, inquietante campanello d’allarme. Ma è nella adolescenza che la crepa si allarga fino a diventare un baratro. Merry è sempre più rivoluzionaria e ribelle, frequenta cattive compagnie, manifesta contro la guerra in Vietnam. Poi, a un certo punto, piazza una bomba nell’ufficio postale del paesino in cui vive: ucciderà delle persone. La figlia dell’America perfetta è un’assassina. La famiglia, naturalmente, va in pezzi. Non subito, a poco a poco. La moglie di The Swede si rifugia nella chirurgia plastica e poi in nuovo matrimonio. Lui continua disperatamente a cercare la figlia che nel frattempo si è data alla clandestinità. E purtroppo la trova: è irriconoscibile. PastoralBar640Alloggia in una stanzetta squallida, nascosta al mondo, è sporca, sola,  è stata vittima di  abusi e violenze, ha sulle spalle altri omicidi politici e nel frattempo è diventata giansenista, un credo che la porta a non mangiare né lavarsi per non fare del male ad altri esseri viventi. Sembra finalmente serena, non balbetta più. È sulla soglia della morte.

È l’America che si suicida.

Roth ha raccontato la fine del sogno americano, accoltellato dalla guerra in Vietnam, ma anche dalla fine del boom economico, dall’insorgere dei conflitti razziali e sociali, dal disvelarsi di una cruda realtà molto più complicata di qualsiasi sogno.

Eppure abbiamo continuato a credere che fosse il Paese più straordinario: abbiamo creduto nella Silicon Valley e negli Steve Jobs che a 20 anni diventavano miliardari, senza vedere le decine di migliaia di barboni assiepati nel centro di San Francisco. Abbiamo creduto nel primo presidente nero, senza vedere le centinaia di migliaia di neri poveri e disagiati che nei ghetti preparano la rivolta contro la polizia. Abbiamo creduto che ci fosse lavoro per tutti, senza vedere i biechi trucchi della finanza creativa che hanno portato alla crisi economica internazionale e alla perdita di milioni di posti di lavoro. Abbiamo creduto che fosse la terra delle libertà, senza vedere i messicani respinti alle frontiere. Abbiamo creduto che fosse la terra della democrazia, senza vedere che alla fine comandano sempre le stesse famiglie, i Bush o i Clinton (speriamo i Clinton). Abbiamo creduto che fosse la terra dell’efficienza, senza vedere che quell’efficienza ha un prezzo altissimo (anche concretamente: in ospedale ti curano bene – forse – ma ti svuotano il portafoglio, nelle università insegnano bene – forse – ma devi fare un mutuo per iscriverti). Abbiamo creduto in un futuro presidente donna. Continuiamo a crederci, ma chissà.

Una Merry balbuziente e disadattata c’è in qualsiasi famiglia, anche nelle migliori. E può provocare grandi danni.

 

 

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Scripta volant: perché Internet ci farà ammalare tutti di Alzheimer

eterno

Con Internet rischiamo di vivere in un eterno presente.

Premessa: lavoro per una testata giornalistica online.

La riflessione sull’eterno presente in Internet l’ho elaborata l’altro giorno, quando mi è passato per le mani un articolo sulle piattaforme di crowdfunding, quelle destinate alla raccolta fondi online per vari tipi di progetti: chi cerca fondi pubblica un appello, chi lo desidera può aderire versando un’offerta in cambio di una piccola ricompensa. Vanno a caccia di finanziamenti filmaker, band musicali, persone che hanno avuto un’idea imprenditoriale, startup e molti altri.

L’articolo in questione era stato scritto un paio di anni fa ed elencava tutte le piattaforme di crowdfunding all’epoca attive in Italia, una cinquantina. Essendo un articolo molto letto, la mia testata ha deciso di pubblicarlo una seconda volta, ma ovviamente necessitava di aggiornamenti. Basti pensare che oggi di piattaforme di crowdfunding ce ne sono una settantina, quindi una ventina in più. Anche se non è detto che siano tutte nuove: è possibile che qualcuna delle vecchie sia scomparsa e molte altre siano nate. Il crowdfunding è una realtà molto frammentata nel nostro Paese:  le piattaforme affermate, quelle che hanno iniziato prima delle altre e hanno saputo costruirsi una reputazione,  si contano sulle dita di una mano. Poi  c’è uno sciame di tante altre piccole realtà che nascono e muoiono nello spazio di pochi mesi o anni. La verità, a mio parere, è che da noi non c’è tradizione di donazioni online e il settore stenta  a decollare. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo al discorso sull’eterno presente. Una collega si è occupata dell’aggiornamento testuale, perciò è intervenuta sull’articolo conservato nel nostro database e l’ha corretto. Così facendo, però, ha praticamente cancellato il vecchio articolo. Non conosceremo più la fotografia del crowdfunding in Italia così com’era 2 anni fa. Sappiamo soltanto come è oggi.

Ho chiesto al mio direttore se, in un futuro, non sarebbe stato il caso di procedere in modo diverso, magari conservando il vecchio pezzo e scrivendone un altro nuovo di zecca. Abbiamo girato la domanda al nostro esperto di Seo (Search engine optimization) , figura professionale che ormai è consultata dalle aziende editoriali come una sorta di santone ovvero l’Osho dei giornali online. Ci è stato risposto che abbiamo fatto bene ad aggiornare il vecchio articolo senza riscriverne uno nuovo, perché questo contribuisce a una maggiore visualizzazione dell’articolo sui motori di ricerca, ma che meglio avremmo fatto a rendere evidenti all’interno del nuovo articolo le modifiche e le correzioni apportate. Ci è stato anche ricordato come alcuni blogger, nel caso in cui debbano modificare un vecchio post per qualsiasi ragione, decidano di lasciare in bella evidenza i segni di cancellazione, in modo che si capisca che quella porzione di testo è stata rivista, ma resti in qualche modo visibile. “Per una questione etica” ci è stato detto.

Quindi abbiamo deciso che, ogni volta che aggiorneremo un pezzo, lasceremo in evidenza correzioni e modifiche, in modo da far restare traccia delle informazioni passate. Ma è davvero sostenibile una simile procedura? Io credo di no.

Penso semplicemente che, alla terza o alla quarta revisione di un articolo del genere, il testo diventerebbe pressocché illeggibile. La realtà attuale, e in particolare il mondo delle nuove tecnologie e del digitale, è in costante cambiamento, perciò non è facile tenere il passo e aggiornare costantemente le informazioni. E in ogni caso gli aggiornamenti devono essere frequenti. Mi viene in mente un bambino che scrive un tema, poi ci ripensa e fa qualche correzione a penna, e ci ripensa ancora e ne fa altre, e così via. Alla fine il testo sarà praticamente illeggibile.

Io credo che la via più semplice, e perciò quella che sceglieremo in massa, sarà cancellare ogni volta il passato per riproporre il presente. Un eterno hic et nunc, una visione priva dello spessore del passato, un present continuous. Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza. Ma soprattutto non vi è certezza di quello che è avvenuto ieri.

Questo, lo ammetto, mi spaventa e mi intristisce.

In “1984” di George Orwell la Psicopolizia, dopo aver arrestato le persone, ne cancellava ogni memoria dagli archivi. Cancellare, o comunque camuffare, alterare, edulcorare o stravolgere il passato è sempre stato un vizietto delle dittature. Non a caso le ideologie totalitarie o i movimenti nati dal fanatismo ideologico ricorrono a volte al rogo di libri per affermare ulteriormente il proprio potere. Bruciando i libri si brucia la memoria, così non resta che il presente a cui far riferimento per capire. Dar fuoco a degli oggetti di carta è comunque complesso e soprattutto eclatante: un rogo di libri non può sfuggire agli occhi del popolo, diventa un atto di comunicazione importante.  Funge da monito per i sudditi, ma è anche il segnale d’allarme per gli oppositori del regime. Purtroppo con le nuove tecnologie tutto diventa più facile e quindi più facilmente occultabile. Si fotoshoppano fotografie, si cancellano rughe e carni in eccesso: perché non ci si dovrebbe abbandonare al pigro piacere di fotoshoppare dati, informazioni, ricordi, riflessioni? Per bruciare i libri nei roghi i regimi impiegavano comunque un certo sforzo, mentre ritoccare dati e informazioni qua e là è molto più semplice: basta un hacker di (cattiva) volontà.

Ormai non è più vero che verba volant, scripta manent. Le cose scritte voleranno anch’esse, faranno lievi giravolte che nemmeno uno se ne accorge, si mimetizzeranno, giocheranno a nascondino, si imbelletteranno, si imbrutiranno. Tanto in Rete tutto si può cambiare.

Chi ne potrebbe trarre giovamento? Appunto le dittature. Noi occidentali pensiamo di esserne immuni, ma la Storia ha ampiamente dimostrato che non si impara mai a sufficienza dalla Storia. Personaggi come Donald Trump ci ricordano che gli estremismi, i fanatismi, i potenziali totalitarismi sono un rischio mai veramente azzerato.

È vero: oggi non c’è più bisogno di chiedere chi erano i Beatles, come recita la canzone cantata dagli Stadio (e poi molto meglio da Gianni Morandi), perché sarà sufficiente cercarlo su Google. Ma, d’altra parte, in futuro, si potrebbe arrivare  perlomeno a modificare o rivedere a proprio piacimento anche la storia dei Beatles. Certo, sarà molto, molto più difficile che ritoccare qua e là i dati sul crowdfunding, ma non è impossibile. Niente sembra impossibile online.

Un fiume scorre su un divano di pelle” recita un verso della suddetta canzone. La memoria internettiana è come quel fiume, che scorre ma non lascia traccia: la lascerebbe su un greto di terra e ciottoli, non su un divano di pelle. In un certo senso il greto è analogico, il divano è digitale. Ma questo non ci conforta. Né ci indica ancora una strada precisa per sopperire a questo incipiente Alzheimer digitale.

 

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Incontri virtuali ma non troppo: cosa è cambiato nelle relazioni in 30 anni di Internet

incontri

Le conoscenze reali sono in tutto e per tutto assimilabili a quelle virtuali?

L’argomento è dibattuto da lungo tempo. Ormai sono passati circa 30 anni dall’arrivo di Internet in Italia: trent’anni (anche) di relazioni umane.

Quando ci si pone questa domanda però – le conoscenze reali sono assimilabili a quelle virtuali? – si tende a pensare immediatamente agli incontri al buio tra sconosciuti resi possibili dalle varie modalità offerte dalla Rete. Qui non ci vogliamo limitare a questo ambito, ma fare riferimento a tutte le occasioni di incontro semplicemente amichevoli o amichevoli-professionali che scaturiscono dall’utilizzo di Internet. Naturalmente con un punto di vista assolutamente personale – il mio – e quindi per sua natura limitato e relativo.

Il punto di vista personale parte da ricordi personali: la mia scoperta di Internet intorno alla fine degli anni Novanta. Tardi rispetto agli Usa, ma più o meno in contemporanea con altri colleghi giornalisti italiani. Scoprii che esisteva Internet e che esistevano i siti: luoghi virtuali e interattivi dove era possibile scoprire tutto (o quasi) di un ente, un’azienda, un territorio, una persona. L’Espresso o Panorama, non ricordo bene, pubblicò un volumetto in allegato alla rivista con la lista dei migliori siti Internet italiani: giornale di carta alla mano, si andava in Rete, si digitava l’indirizzo indicato e si esplorava. Poi, si sa, i giornalisti son curiosi, così, navigando nel mare di Internet, scoprii che, tra un caricamento di sito e l’altro (la connessione era lentissima, anche diversi minuti, e spesso il collegamento cadeva), si poteva ingannare il tempo sulle chat.

Le chat erano uno dei nostri primi esperimenti di incontri virtuali. Si sceglieva la chat tra quelle che le voci di popolo davano come le più in voga, si selezionava la categoria preferita (c’erano quelle per chiacchierare e quelle con finalità un po’ più “piccanti” – quanto non so, perché quasi sempre tutto si riduceva a fiumi di parole perse nel web), ci si iscriveva con un nickname e ci cominciava a postare frasi nel mucchio. Le persone, in questo modo, si “conoscevano”. Fino a che punto? Diciamo che era tutto molto misterioso e anche un po’ confuso. Personalmente, avendo fatto delle parole la mia professione, mi ritenevo – e mi ritengo tuttora – in grado di capire molte cose da come una persona scrive, e in genere ci azzecco. All’epoca però non esistevano foto che accompagnassero le parole, perciò non era raro cadere in equivoci di tipo, diciamo, “fisico”: utenti che manifestavano un pensiero originale e divertente e poi – ahimé per loro, ma anche per chi se ne invaghiva – nella realtà erano nerd brufolosi o semiautistici, o ragazzone un po’ troppo in carne, o individui troppo bassi, o troppo magri o troppo qualcosa. Non che ci sia niente di male in tutto questo, anzi. Ma ne scoprivi i corpi solo dopo averne esplorato le menti, e non viceversa. Approccio che può avere i suoi lati positivi e negativi insieme. Infatti le prime domande, e le prime risposte, vertevano tutte sull’età e sulla descrizione fisica: ho 32 anni, capelli lisci, occhi verdi, sono alta 1,65 e peso 50 kg. Oppure: ho 28 anni, occhi neri, capelli neri ondulati, alto 1,75, peso 70 kg. E così via, in una sorta di carta d’identità virtuale. Inoltre i fake avevano molto più gioco di adesso: ci si poteva fingere molte persone diverse e giocare con le identità.

Ma non era raro gettare le rispettive maschere e ritrovarsi tutti in pizzeria. Ricordo a Roma, città ideale per le cene al ristorante con comitiva, una volta partecipai all’incontro collettivo degli utenti di una chat. “Ah, ma tu sei Goldrake!” “E tu MadonnaCiccone!”. “Scommetto che sei Luke333!”. “Noo, sono Lady Oscar!” . E così via. Divertente. Quasi come una cena in pizzeria tra amici reali.

icqNel frattempo uscì ICQ (I seek you, Cerco te), comodo per fare due chiacchiere e un po’ di “amicizia” mentre si era impegnati in altro davanti al pc (lettura, scrittura, ecc. ecc.). Una colonnina a lato della pagina con un simbolo a forma di fiorellino: ti contattavano, tu rispondevi, iniziava la chiacchiera. Ogni nuovo messaggio era associato a un particolare fischio: la sua esatta modulazione è tuttora impressa nella mia mente. Credo fosse uno dei primi programmi di instant messaging nel mondo: è stato ideato da una startup israeliana nel 1996 e per un certo periodo è stato un hype per i frequentatori della Rete, che ancora in Italia non erano molti e, ricordo, erano in stragrande maggioranza tutti maschi. All’epoca molti trovavano divertente fingersi donna, sedurre qualche ragazzo (o uomo) più ingenuo, iniziare quello che in seguito è stato battezzato “sexting” (invio di messaggi sessualmente espliciti) e poi svelarsi come gli omaccioni che erano. Non mi ha mai fatto particolarmente ridere, ma immagino che sia qualcosa di goliardico che mi appartiene poco come donna.

Nel frattempo ci si incontrava anche attraverso i siti. Non mi riferisco soltanto ai siti specializzati di incontri. Ricordo per esempio che, sempre alla fine degli anni Novanta, andava per la maggiore un sito di un certo Bruzzi di Milano. Era, si direbbe oggi, un sito che spaccava: graficamente eccellente (quando, a quei tempi, giravano  molte schifezze grafiche), tecnologicamente buono e con ottimi contenuti. Bruzzi scriveva cose provocatorie, graffianti, a volte lievemente oscene, altre volte tenere. Io e un mio amico gli scrivemmo incuriositi. Cominciammo uno scambio di email (ho dimenticato di dire che, puntualmente, dopo gli incontri “istantanei” in chat, siti e ICQ, la conoscenza veniva approfondita e prolungata attraverso lo strumento dell’email) e alla fine conoscemmo di persona questo giovane talento della Rete. Bizzarro e spiazzante come il suo sito. In seguito il sito è stato chiuso e non sappiamo che fine abbia fatto il nostro web-amico.

Cominciarono a spuntar fuori le piazze dove esprimersi, conoscersi e frequentarsi. Sempre virtualmente, ma non troppo. Agli inizi degli anni Duemila fece la sua apparizione “Il Barbiere della Sera”.

Era una piattaforma ideata da alcuni giornalisti per i giornalisti. Chi lo desiderava poteva postare il proprio articolo, editoriale, riflessione-sul-mondo, notizia, sempre naturalmente coperto da pseudonimo.

Da qualche anno le testate online sono solite schierare la loro passerella di blog: interventi di esperti del ramo (qualsiasi ramo) su qualsiasi argomento, in genere retribuiti dalla testata stessa in “visibilità” (cioè zero euro). Il Barbiere, in anticipo sui tempi, era un florilegio di blog, alcuni dei quali davvero notevoli. Divenne molto di moda far parte del club e anch’io mi buttai nella mischia. Furono anni ruggenti: da autore de Il Barbiere sentivi che avevi gli occhi addosso di tutta l’editoria italiana. Ci furono degli scoop, ci furono delle querele. Uno degli ideatori sostiene che in seguito è stato costretto a chiudere proprio a causa delle querele. Non lo dubito, ma credo che all’origine della sua morte ci sia stata anche la ragione per la quale quel sito era nato ed aveva brillato: l’essere fatto, letto e animato da giornalisti. Una categoria (non ho mai capito bene perché) in genere estremamente aggressiva, polemica (a volte inutilmente), aggressiva, invidiosa, livorosa, persino crudele. I migliori post erano sommersi da valanghe di troll e, si direbbe oggi, di haters, che si divertivano a farli a pezzi, immagino per il puro gusto di distruggere qualcosa che non erano stati in grado di scrivere loro. Mancò soprattutto un’oculata moderazione dei contenuti: in nome di una generica, e molto ideologica, libertà di espressione, si lasciava scrivere la qualunque a chiunque, comprese le offese più sanguinose e strumentali. Così non poteva durare. E infatti non è durato. Ma è stato anche quello un luogo di incontri. Incontri virtuali – alcuni particolarmente agguerriti, come si è detto – ma incontri anche reali. Si facevano cene di gruppo, per poi scoprire che l’autore con cui si era litigato ferocemente il giorno prima era nella vita reale il vicino di scrivania, o che l’autrice che si schierava sempre dalla tua parte era una ex collega che ora lavorava in un’altra città. Scherzi della Rete.

Le prime chat erano state penalizzate dalla mancanza di identificazione fisica, siti come il Barbiere dalla mancata di gestione dell’“odio” sul web. Naturalmente la situazione ha continuato ad evolversi e a migliorare.

Incontrarsi e conoscersi su Facebook, oggi, non è a mio parere molto diverso dall’incontro live. Anzi. All’amico di Fb forniamo una quantità significativa di informazioni: decine, se non centinaia, di foto nostre e dei nostri familiari ed amici (molto improbabile restare delusi dall’approccio fisico, nel caso segua l’incontro reale); informazioni base sulla nostra vita lavorativa; informazioni su chi frequentiamo e su come ci rapportiamo con quelli che frequentiamo; i nostri pensieri sul mondo, peraltro espressi con cadenza frequente, a volte quotidiana. Se io conosco una persona, che so, in un locale, o a casa di amici, o sulla metropolitana, non ho tutta quella massa di informazioni su lui/lei. Magari le avrò in futuro, ma ci vorrà tempo.

Tra le persone che stimo di più e che frequento più volentieri ci sono persone conosciute su Facebook. Altri amici che ho sul social network sono solo virtuali, eppure mi divertono e ci interagisco come se fossero compagni di strada. È probabile che, incontrandoci davvero per strada, non ci saluteremmo nemmeno, per un misto di timidezza, riserbo o senso di distanza. Resta il fatto che è piacevole ritrovarsi con loro sul social network a commentare i fatti del giorno, come davanti a un focolare.

spinozaAnche i siti restano veicoli di relazioni umane. Qualche anno fa è nato Spinoza.it, piattaforma di ironia collettiva in modalità crowdsourcing: chiunque può scrivere la sua battuta sul fatto del giorno e periodicamente i gestori del sito raccolgono e pubblicano le migliori. In questi anni haters e troll sono stati gestiti con efficacia dai responsabili della piattaforma. Dal sito sono scaturiti libri, performance e molto altro. Anche in quel caso io ho aderito alla community per un periodo (e tuttora vi faccio capolino) e ho “incontrato” persone, quasi nessuno poi re-incontrato nella vita reale. Eppure la sensazione era di entrare nel bar, trovare gli amici, fare un po’ di battute, ridere, sorridere, dire “No, questa non è buona” e alla fine offrire da bere a tutti.

I visionari che, agli albori di Internet in Italia, si prefiguravano un uomo sempre più solo davanti al suo computer sono stati parzialmente smentiti. L’uomo resta un animale sociale e, anche se costretto a usare un mezzo che rischia di isolarlo, trova modo di mantenere – e anzi rafforzare – i propri legami con gli altri uomini attraverso quel mezzo. Che poi lo faccia bene o male – che usi la Rete per esprimere odio o manifestare solidarietà, per fare del bene o fare del male, per adescare o simpatizzare, per abusare o regalare – questo è un altro argomento. Il mezzo di per sé è neutro. Ma è sicuramente un mezzo estremamente sociale. E no, non esiste più questa grande differenza tra un incontro reale e uno virtuale.

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Perché nel 1984 le donne hanno smesso di essere nerd

donna programmatore

 

Quanto conta il modo in cui si racconta una storia? Moltissimo. Vale anche per l’innovazione. Prendiamo le donne programmatrici. Sono tuttora un gruppetto sparuto rispetto alla schiacciante maggioranza degli uomini. Guardando alla realtà attuale sembra che le donne siano “naturalmente” più portate ad occuparsi di altre discipline, per lo più umanistiche (o magari di borsette, rossetti e tacco 12, per sconfinare nello stereotipo), mentre gli unici veri nerd e geek siano i maschi. Perché? È questione di cellule? O c’entra anche l’influenza culturale? In effetti sembra che un po’ c’entri.

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Negli Stati Uniti il numero di donne programmatrici è risultato in crescita fin dagli anni Cinquanta. Ce n’erano tante di pioniere della programmazione. Una di loro, Elsie Shutt, fondò nel 1958 una delle prime aziende di software, nella quale le programmatrici erano donne.

Poi però, nel 1984, qualcosa è cambiato. Cosa è successo? Sarà stato per colpa del romanzo di George Orwell, pubblicato molti anni prima ma intitolato appunto “1984”? Del tutto improbabile. Oppure c’entra la nascita in quell’anno di Mark Zuckerberg? Siamo fuori strada. Forse l’irresistibile ascesa di una signorina canterina chiamata Madonna Ciccone ha distratto le masse femminili? Non crediamo. O piuttosto è perché Apple ha lanciato il Macintosh? Buona la quarta. È possibile che le giovani abbiamo cominciato a disinteressarsi alla programmazione con l’arrivo dei primi pc. Perché il crollo delle programmatrici donne, improvviso e inarrestabile, è coinciso con l’introduzione del personal computer: pensato, pubblicizzato e proposto esclusivamente a un pubblico maschile.

Nel 1990 la ricercatrice Jane Margolis ha intervistato centinaia di studenti di informatica della Carnegie Mellon University, che in quel momento vantava uno dei migliori programmi scolastici nel settore. Dalla ricerca è emerso che le famiglie tendevano a comprare più facilmente i computer per i figli maschi piuttosto che per le figlie femmine. E questo si è trasformato in un problema quando i ragazzi sono cresciuti e sono andati al college: i pc sono diventati sempre più diffusi e gli uomini sono risultati avvantaggiati.

Risultato: a meno bambine viene comprato un pc, meno ragazze imparano ad usarlo, meno giovani donne scelgono studi scientifici e chi lo fa è più indietro rispetto ai coetanei maschi nell’uso della tecnologia.

Il problema è ben presente nella società americana, al punto che nel 2014 la Disney ha deciso di creare una serie, Miles From Tomorrowland, che vede tra i protagonisti Loretta, giovane esperta di tecnologia e in grado di scrivere codici.

L’opera racconta le avventure nello spazio del giovane Miles Callisto e della sua famiglia: mamma Phoebe, capitano della nave spaziale; papà Leo, ingegnere meccanico e appunto la sorella Loretta, oltre al loro struzzo-robot Merc. Insieme attraversano nuove galassie abitate da esseri alieni. Gli sceneggiatori hanno volutamente scelto di coinvolgere il pubblico femminile con l’obiettivo di farlo interessare di più alla scienza. Così gli autori sono stati spediti a parlare con gli esperti di Google e della Nasa  per farsi aiutare a delineare personaggi femminili credibili e lontani dagli stereotipi.

Alla Nasa, l’ente spaziale statunitense, la squadra della Disney ha incontrato alcuni esperti che l’hanno aiutata a definire il personaggio di Phoebe, la mamma che guida l’astronave. Nella sede di Google Paladino ha avuto modo di parlare con diverse ingegneri donne nel tentativo di definire il personaggio di Loretta che usa il coding per risolvere i problemi incontrati dalla famiglia durante le avventure nello spazio. Le professioniste hanno suggerito allo sceneggiatore di non ritrarre Loretta come una solitaria di fronte al suo pc, ma come un personaggio molto sociale e abituato a lavorare in team. Le ingegneri hanno inoltre usato lavagne per spiegare agli ospiti venuti da Hollywood cos’è un codice, sottolineando che non è solo una stringa di numeri e che può essere raffigurato in vari modi attraenti. Risultato: nel cartoon, quando le cose vanno male, il codice appare confuso e sgangherato, quando invece la soluzione escogitata da Loretta è quella giusta le stringhe di numeri appaiono in ordine ed elegantemente allineate.

Negli Usa la percentuale di donne che si sono dedicate agli studi di informatica è scesa dal 37% del 1984 al 18% del 2009. Secondo uno studio di Google solo il 27% di tutti i professionisti informatici è donna.

Perlomeno gli Stati Uniti si rendono conto del problema e cercano in qualche modo di porvi rimedio, anche a colpi di cartoon. In Italia, invece, a parte qualche iniziativa come il TIM Girls Hackathon, il fatto – come si dice in termini giudiziari – non sussiste. O meglio, non sussiste nella mente dei programmatori. Praticamente tutti maschi.

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Io non sono quella nella foto (dei social)

(Vita contemporanea): “Chi sei?”. “Mi trovi su Google“. “Che lavoro fai?”. “Cerca su LinkedIn“. “Chi frequenti?”. “Guarda su Facebook“. “Come sei fatta?”. “Vedi Instagram“. “Quale musica ti piace?”. “Check my Spotify“. “Quali film preferisci?”. “Guarda la mia Netflix list”. “Ma chi sei veramente?”. “Niente di tutto questo. O meglio: sono questo e molto altro. Sono quella nervosa per il lavoro da fare, sono quella affaticata mentre porta la spesa a casa, sono quella preoccupata per un figlio che si fa male, sono quella che si scioglie felice in un abbraccio. Sono io, quella dietro la foto segnalatica scattata dai Signori dei Social“.

Se non fosse stato per Dorothy Pennebaker, la madre di Marlon Brando, Henry Fonda non avrebbe mai esordito in un teatro di Omaha, Nebraska. Non sarebbe diventato un attore famoso. Non avrebbe sposato una newyorkese di buona famiglia. E i suoi figli attori, Jane e Peter, non sarebbero mai nati. Prima di lanciare video di aerobica, prima di sposare il padrone della Cnn, Ted Turner, prima di divorziare nel 2000 e aderire alla setta dei Born Again Christian, la stessa di George W. Bush, Jane Fonda ha rappresentato tutto quanto di sinistra si agitava sotto il cielo d’America. Hanoi Jane è il simbolo della protesta contro la guerra in Vietnam, al fianco del reduce John Kerry. Nel 1964 appare nuda nel film La Ronde del primo marito Roger Vadim. Dice: «La rivoluzione è un atto d’amore. Noi siamo i figli della rivoluzione. Ci scorre nel sangue». È bella, anticonformista, libertaria e liberata. Nel 1970 viene arrestata due volte. La prima a marzo dopo una manifestazione a Fort Lawton, Seattle. La seconda, nella foto sotto, a novembre all’aeroporto di Cleveland. L’accusa è di avere preso a calci il poliziotto che le ha trovato addosso alcune pillole sospette. L’accusa decade quando si rivelano vitamine. (AP Photo/St. Martin's Press)

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In futuro saremo tutti bisessuali e senza età (ma saremo più felici?)

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Dunque alla lunga (50 anni? 100 anni?) saremo tutti bisessuali, o eventualmente pansessuali (diritti civili per le unioni tra uomo e gatto?), non avremo più un’età definita (non solo grazie a chirurgia e scoperte scientifiche, ma anche perché potremo avere figli a qualsiasi età), non ci saranno più disabili alla nascita (perché la scelta dell’embrione porterà allo scarto in automatico dei “difettosi”, modello rupe di Sparta), non esisterà più la famiglia intesa in senso tradizionale (istituzione già in forte crisi), ma le famiglie, le comunità-famiglie, i single-familiari, i checavoloneso, staremo a vedere.

Sospendo il giudizio morale. Non so se tutto questo sarà bene o male, ci voglio riflettere, e se saremo fortunati ne scaturirà un mix di esiti positivi e negativi, come per la maggior parte delle cose. Del resto non si può fermare l’onda dell’oceano con un dito. La società liquida ci sta portando verso questi lidi, non possiamo farci niente, se non, al limite, scalciare un po’ per ritardare il momento.

Quello che mi interessa è capire come questo influirà sulla vita di mio figlio e dei miei eventuali nipoti: come dovranno affrontare questa disruption sociale, quali vantaggi pratici potranno ricavarne e quali svantaggi ne avranno, quale lavoro dovranno cercare in questo mutato contesto, quanta sofferenza potranno evitarsi. Ecco, questo mi interessa: capire come evitare a mio figlio, e ai suoi figli, di soffrire.

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8 marzo: la femme fatale che inventò il wireless contro il nazismo

Non sappiamo se ci piace la Festa della Donna. Almeno non a tutte. Ma io, che sono Jo, e le mie ragazze – Lucy, Amanda e Margherita – abbiamo deciso comunque di non dimenticarla. Così ognuna di noi ricorderà una figura di donna che considera un’ispiratrice. Anzi un’amica. Anzi, una di noi ragazze

La mia si chiamava Hedy ed era bellissima.

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Sì, questa è lei, una fatalona. Ma anche una stra-intelligente. Se non fosse nata nel 1914 a Vienna, ma una cinquantina d’anni dopo negli Usa, si sarebbe forse chiamata Sharon Stone: anche lei bellissima, anche lei con un quoziente intellettivo altissimo. Invece si chiamava Hedwig Eva Kiesler (nome d’arte Hedy Lamarr).

Per intraprendere la carriera artistica rinunciò al corso di laurea in Ingegneria. Mente brillante ma anche spregiudicata e senza tabù: nel 1933 fu una delle prime attrici a interpretare una scena di nudo nel film Estasi del regista cecoslovacco Gustav Machaty. La pellicola fu censurata e in alcuni Stati addirittura tolta dal mercato. Lei se ne andò negli Stati Uniti, che divennero la sua seconda patria.

Hedy Lamarr in Ecstasy
Hedy Lamarr in Ecstasy

Nella sua carriera ha lavorato in oltre trenta film, tra i quali “La febbre del petrolio” con Clark Gable e Dick Tracy, e “Corrispondente X”, sempre con Gable. Altri titoli: Algiers (Un’americana nella Casbah, 1938); Dishonored lady (1947); Samson and Dalilah (1949).

Ma è stata anche ricercatrice e scienziata. A lei si deve l’invenzione, nella prima metà degli anni ‘30, di un sistema di modulazione per codifica d’informazioni da trasmettere su frequenze radio, che avrebbe consentito di comandare a distanza siluri e mezzi navali. Lamarr ha brevettato il sistema insieme a un amico, il compositore George Antheil, suscitando subito l’interesse di servizi segreti e apparati militari, e mettendo le basi non soltanto della crittografia, ma anche della telefonia mobile e dei sistemi informatici wireless.

“Negli anni ’40 – si legge nel libro di Edoardo Segantini “Hedy Lamarr, la donna gatto. Le sette vite di una diva scienziata” – la chiamarono la donna più sexy del mondo. Ma rivelò di possedere anche una mente geniale, cui dobbiamo lo sviluppo di una tecnologia sovrana del nostro tempo: il telefonino. È questa, in breve, la storia della bellissima ebrea austriaca Hedwig Eva Maria Kiesler, diventata diva di Hollywood con il nome di Hedy Lamarr. Che odiò a morte il nazismo, e, per combatterlo, inventò il frequency hopping spread spectrum (fhss), un sistema che evita le interferenze radio. Senza quell’invenzione non esisterebbe la telefonia mobile, perché i miliardi di conversazioni senza filo che si fanno ogni giorno nel mondo interferirebbero continuamente una con l’altra in un inferno di parole e di rumori”.

A detta del suo agente, nonostante la genialità, o forse proprio a causa di questa genialità, Hedy era folle e terribilmente infelice. È stata comunque unica.

(Ps: Vi ricorda niente la foto del mio profilo?)

 

 

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Io mi drogo (di pensiero)

pensieroNon so com’è ma a un certo punto ho cominciato a drogarmi: sono diventata dipendente dal pensiero.

Una volta mi accontentavo, poi i discorsi sul tempo o sulla lista della spesa non mi sono bastati più. Succede quando qualcuno, per la prima volta, ti fa provare qualcosa di diverso e potenzialmente allucinogeno: un’opinione alternativa, un ribaltamento dell’ortodossia, una nuova visione delle cose. Ti piace, ci provi gusto, ne vuoi ancora. E allora cominci a sbatterti per frequentare chi ti può dare questa sostanza, che non è proibita per legge, ma a volte è considerata anomala ed è comunque molto difficile da reperire. Cerchi i pensatori: artisti, poeti, scrittori, musicisti, scienziati, visionari. A volte li trovi, a volte no. Le giornate passate a blaterare qualcosa di vacuo col collega d’ufficio o con la farmacista all’angolo ti sembrano incredibilmente vuote. È la crisi d’astinenza.

Finisce che ti ritrovi a mendicare pensiero in certi luoghi squallidi e pericolosi, come monolocali di sceneggiatori falliti o dimore di ex professori di liceo in pensione. Finisci tra questi spacciatori da 4 soldi, che spesso vendono roba avariata. Poi ritrovi quella buona – a teatro, a una mostra, leggendo un buon libro – e ti sembra di tornare a vivere. È una droga bellissima, il pensiero. Non fa ingrassare, non fa venire il cancro, non dà sudorazione. A volte dà tremori e vertigini, vero, specialmente se è un pensiero alto. E causa dipendenza, certo, come tutte le droghe. Ma per fortuna.

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La famiglia perfetta

famigliaTorno a casa stanca e c’è lui ad aprirmi la porta. Che fortunata che sono! Lui, Roberto, è come l’avevo sempre desiderato: moro, ricciolo, occhi verdi, forse l’espressione un po’ assente, a volte, ma che fisico…”Amore mio, che piacere vederti” mi dice, e sono esattamente le parole che avevo voglia di sentirmi dire in questo momento. Mi abbraccia, lo abbraccio. Tempo pochi secondi e mi sento arrivare addosso i miei scriccioli, Gianni e Manuela: Gianni è il più prepotente, mi si aggrappa e sembra non volermi lasciare più, Manuela mi si mette di fianco e mi dà tanti bacetti sulle guance. “Bambini, ora andate a giocare” dice Roberto, che sembra leggermi nel pensiero. Amo i miei figli, ma ho bisogno di una piccola pausa per noi due prima di affrontare la serata.

Mi accompagna in soggiorno mentre i bimbi giocano in camera loro, si siede vicino a me sul divano, mi abbraccia a lungo. Gli racconto cosa è successo al lavoro, l’invidia della collega, il malumore del capo, la simpatia dello stagista. Cose così. Il bello è che non ho paura di annoiarlo: lui ascolta tutto, sempre, e a volte interviene con commenti sempre azzeccati.

Dopo esserci fatti le coccole, richiamiamo i bambini e ci sediamo a tavola per la cena. Che naturalmente ha preparato lui. Quant’è bravo. Io non saprei fare un quinto di quello che sa fare lui in cucina. Mia madre mi diceva “Non ti sposerai mai, non sai cucinare”. Che carina. E poi anche che ero troppo esigente, troppo interessata alla carriera, troppo poco empatica per riuscire a trovare un compagno. Ultimamente diceva anche che ero troppo vecchia, “a 40 anni chi vuoi trovare?”. Sempre gentilissima mia madre. Dice che parla “per il mio bene”, ma a me sembra sia solo per il mio male. Invece, guarda un po’, il compagno l’ho trovato, e anche i figli, nonostante il mio carattere, l’età e l’incapacità di cuocere un uovo. Si vede che me la so cavare, cara mamma. E se penso a te, al tuo matrimonio, ai litigi continui con il papà, al fatto che ripeti sempre che non era quello che sognavi ecc. ecc….Be’, guardo nell’abisso della tua infelicità e rido. Certo, rido. Me lo posso permettere.

Intanto Roberto serve a tavola, i bambini mangiano, io mangio. Parliamo, io parlo, loro ascoltano. Finita la cena, li mettiamo a nanna e andiamo a vederci un film. È un film romantico, sull’altro canale c’è la partita ma a lui non importa. A volte mi sembra di vivere in un sogno. Verso la fine del film lui mi abbraccia stretta e…si accascia! Oddio no, Roberto! O cavoli, è successo di nuovo.

Non so chi chiamare a quest’ora. Non doveva ri-succedere ed è successo. Perché? Cosa c’è che non va? Possibile che ci sia qualcosa che non vedo, un problema nascosto che mi è stato taciuto? Mi abbandono sul divano, sconsolata. Fino a domani mattina non se ne parla.

Improvvisamente sento delle voci. I bambini. Accorrono in soggiorno e mi saltano addosso, Gianni sempre con la stessa foga, Manuela sempre con gli stessi bacetti. Oh, mai che cambiassero una volta schema. Ma no, ora no, non è proprio il caso. “Basta bambini, lasciatemi stare” dico. Stavolta non sentono. “Ho detto basta!” grido. E li spengo.

Si immobilizzano, poi con movimenti lenti tornano verso i propri letti, dove c’è la ricarica. Invece Roberto resta lì. È guasto. Un altro guasto, e sono due questa settimana. Me l’hanno venduto come perfettamente funzionante, ho pure speso un sacco di soldi, alla faccia del “bonus famiglia” con apposito sconto adulto + due bambini, e me lo ritrovo accasciato sul divano, quando io già mi prospettavo una seratina in bella intimità. Fanculo la robotica.

Vabbe’, domani chiamo l’assistenza. Ma se poi rifà lo stesso scherzo giuro che lo cambio. È che dopo ti obbligano a cambiare anche i figli, perché appunto era un “bonus famiglia”.

Mah, ci penserò domani. Intanto mi faccio un latte caldo, mi spaparazzo sul divano e mi guardo una serie tv per addormentarmi. L’importante è non essere soli.

 

 

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