Grillo e la libertà di stampa, perché il 77esimo posto dell’Italia è una bufala

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Il 3 gennaio 2017 Beppe Grillo, comico, fondatore e leader del Movimento 5 Stelle, ha proposto “una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media“.   Un comitato, ha spiegato sul suo blog, di “cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali ed i servizi dei telegiornali”.

“Se una notizia viene dichiarata falsa – ha proseguito – il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa“.

Premessa: trovo la proposta di Grillo totalmente delirante per i seguenti motivibeppe-grillo

  • Il fantomatico comitato di cittadini “scelti a sorte” si chiamano, eventualmente, lettori.
  • Non siamo in un film americano degli anni Sessanta dove c’è il processo con la giuria popolare, gli avvocati brillanti e gasatissimi e la maestosa arringa finale.
  • Grillo, Casaleggio e i suoi sono tra i primi fabbricatori di bufale, dalle scie chimiche ai vaccini pericolosi per la salute senza dimenticare il delirante video di Casaleggio Senior sulla terza guerra mondiale e il pianeta Gaia che rinascerà nel 2054 (io l’ho visto, vedetelo anche voi qui!).

Ma, al di là di tutto, questa storia che l‘Italia sarebbe 77esima nella classifica della libertà di stampa è la vera bufala. E, va detto per onestà intellettuale, Beppe Grillo non è il primo né il solo a tirarla fuori. Viene ripescata dal cilindro dai più svariati schieramenti politico-sociali a ogni buona occasione e spesso con finalità pretestuose. Ma, a mio parere, è una gran minchiata. E spiego perché.

In Italia abbiamo testate di destra, centro, sinistra, centro-destra, centro-sinistra, sinistra estrema, destra estrema, palla al centro, mediano e centroavanti. Abbiamo tv, radio, testate online, testate cartacee, blog, social network dove tutti si sentono liberi di dire tutto. Diamo voce a ladri e assassini, santi ed eremiti, principi e maggiordomi, scienziati e invasati. Diamo persino voce a Grillo, Gasparri e Salvini. Siamo liberi, liberissimi così come siamo umani, troppo umani.

Allora come si fa a pensare che nella classifica annuale di Reporter senza Frontiere l’Italia venga dopo Costarica, Uruguay e Burkina Faso? Vi sembra minimamente credibile?

I primi 10 posti sono plausibili, con i Paesi nordici in testa, anche se al decimo posto fa capolino una sorprendente Giamaica.

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Ma l’assurdità è la nostra collocazione: veniamo dopo Lesotho, Armenia, Nicaragua e Moldova

In generale, in questa classifica, la Malesia è al 14esimo posto, la Repubblica Ceca al 29esimo, la Tailandia al 30esimo, il Kazakhstan al 34esimo. E noi italiani siamo dunque, secondo RSF, meno liberi di Malesia, Tailanda, Nicaragua e degli altri già citati. (vedi terzo riquadro a destra)

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A questo punto ci si chiede come è stata elaborata questa classifica. Qui RSF spiega con dovizia di particolari la metodologia.

Innanzitutto è stato proposto un questionario con una ottantina di domande a  “des professionnels des médias, des juristes, des sociologues” selezionati in ciascuno dei 180 Paesi presi in esame. È proprio questo il punto: come sono state selezionate queste persone in Italia? Chi sono? Vorrei la lista completa dei nomi. Così vediamo se e quanto sono rappresentativi della popolazione e se le loro opinioni possono essere considerate valide e condivisibili. Non è per caso che, in un Paese dove governa una giunta militare come la Thailandia, gli “esperti” intervistati hanno preferito lodare la grande libertà di stampa della loro nazione piuttosto che esprimere qualche critica?

A questa analisi qualitativa, scrive RSF, se ne aggiunge un’altra quantitiva: le violenze commesse contro i giornalisti nel periodo preso in considerazione.

Scrive l’organizzazione descrivendo la situazione nella stampa nel nostro Paese: “A maggio 2015, il quotidiano La Repubblica ha riferito che tra i 30 ei 50 giornalisti si trovano sotto la protezione della polizia perché minacciati. Il livello di violenza contro i giornalisti (comprese le minacce di morte e le intimidazioni verbali e fisiche) è allarmante. I giornalisti che indagano la corruzione e la criminalità organizzata sono quelli che vengono maggiormente presi di mira”. Reporters Sans Frontières cita ad esempio quanto accaduto in Vaticano con gli scandali Vatileaks e Vatileaks 2. Vicende, spiega il sito, che ha visto due giornalisti rischiare “fino a otto anni di carcere” per aver scritto libri “sulla corruzione e sugli intrighi all’interno della Santa Sede”.

Ok, allora siamo 77esimi perché da noi si minacciano più giornalisti che in Kazakhstan, Paese guidato da una dittatura monopartitica.  Ma non sarà, anche in questo caso, che da noi le minacce e le aggressioni si denunciano apertamente – quindi liberamente – e in Kazakhstan nessuno dice niente perché ha paura di ulteriori minacce (se non di perdere la vita)? Su Vatileaks il discorso sarebbe lungo e complicato (almeno per come la penso io), ma possiamo solo dire che il caso si è concluso serenamente.

Insomma, la verità è che le classifiche – questa come altre – sono spesso fatte male. Anche le più “prestigiose”. E non lo dico io, né tantomeno qualche intontito dipendente della Casaleggio & Associati, ma The European House Ambrosetti, gruppo professionale fondato nel 1965 che è un think tank, ma anche società di consulenza e che ha progressivamente sviluppato numerose attività in Italia, in Europa e nel mondo. Il gruppo ha pubblicato a ottobre 2016 una ricerca sul livello di attrattività degli investimenti in Italia. (Qui è possibile scaricare la ricerca completa intitolata Tech Insights 2016 UV Day –  Global Attractivness Index-The true measure of a Country’s attractiveness). Ricerca che prende in considerazione classifiche internazionali di vario tipo, non solo questa di RSF.

“Nelle classifiche internazionali o europee – dice Valerio De Molli, Ceo di  The European House Ambrosetti – risultiamo spesso in fondo alla lista per livello di competitività, attrattività e facilità di fare business, ma non è così: in queste indagini vengono compiute delle distorsioni. Molte sono basate su ricerche qualitative e non su fatti, alcune introducono elementi oggettivi di valutazione, altre sono deboli o autoreferenziali”.

Per ulteriori dettagli: Perché l’Italia è più attrattiva di quello che dicono le classifiche sull’Italia

La verità è che quello che manca all’Italia non sono “giurie popolari di gente estratta a caso“, ma capacità di analisi critica della realtà. E chi non ce l’ha, proprio come don Abbondio, non se la può dare.

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Alice non lo sa (che stanno per salire al potere gli ignoranti)

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Negli ultimi 30 anni in Italia abbiamo assistito a un grave impoverimento culturale.

I principali motivi

1) la scolarizzazione di massa, o meglio la sua cattiva interpretazione: la giustissima battaglia per garantire l’istruzione a tutti si è trasformata, per varie ragioni, in un “promuovificio” che ha tenuto poco o per nulla conto dei criteri meritocratici. Si è diventati indulgenti e lassisti con gli studenti e si è puntato a promuovere tutti, magari con il famigerato 6 politico. Conseguenza: generazioni di persone che hanno imparato molto poco, e quel poco confuso, ma son diventati presuntuosi, cioè presumono di sapere, perché il loro compagno più bravo era stato promosso proprio come loro, quindi…

2) l’avvento della televisione commerciale che ha abbassato di molto i contenuti della proposta televisiva, facendo peraltro il proprio lavoro: una tv pubblica in stile Bbc ha come primaria missione quella di informare e possibilmente educare, la missione primaria della tv privata è appunto commerciale, ovvero far vendere prodotti. E per venderli – per venderne tanti, il più possibile – devi catturare l’interesse delle masse, e alle masse piace ciò che è appunto di massa, spesso superficiale, frivolo, volgare, morboso. Poi anche la tv commerciale si può fare in vari modi: con maggiore o minore sapienza, con maggiore o minore eleganza. Il principale gruppo televisivo privato del nostro Paese non ha fatto certo comunicazione aL livello dei più orripilanti show televisivi americani dove è persa ogni dignità, ma nemmeno si è distinto per qualità dell’informazione. Conseguenza: un popolo male informato, provinciale, drogato di contenuti populisti e a volte anche maschilisti.

3) l‘avvento di Internet che, insieme ai molteplici benefici per l’umanità, ha avuto anche conseguenze meno positive: l’illusione di una “cultura istantanea” (leggi 4 righe su Wikipedia e ti sembra di sapere già tutto) ha fatto credere improvvisamente colti e preparati i tanti ignoranti vittime della (male interpretata) scolarizzazione di massa di cui sopra. La non necessità di mantenere la memoria (perché faticare per ricordare? su Google basta un click e c’è tutto) ha generato masse senza passato, che si sono dimenticate dell’importanza dei vaccini, confondono un dittatore con un altro e che, non ricordando la storia, non possono nemmeno cercare di imparare dagli errori storici.

Queste generazioni di ignoranti sono in mezzo a noi, siamo noi. Complice la decadenza della politica intesa come servizio al bene comune, si sono messi in testa di essere in grado di governare un Paese – cosa nobilissima, ma difficilissima. Serve passione, certo, ma anche formazione, scuole di partito, lavoro sul campo. Servono professionisti della politica, che ora – mio dio, ma come è stato possibile? – sembra perfino una parolaccia. Ma tutto questo Alice non lo sa: perché non ha studiato abbastanza e invece crede di sapere tutto, perché non sa scavare in profondità, non ha reale capacità di analisi, perché vede le cose a una sola dimensione, perché non sa che la distanza più breve tra il punto A e il punto B NON è una linea retta. Le cose sono molto più complicate di quello che sembrano, l’onestà è complicata, la verità è complicata. Povera Alice. Ma soprattutto poveri noi.

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Il Movimento 5 Stelle? È malato di iper-democrazia

 

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Mi sembra che il Movimento 5 Stelle soffra di iper-democrazia. L’iper-democrazia sta alla democrazia come il surrealismo sta al realismo. Dal momento che, per i 5 Stelle, “uno vale uno” chiunque ha diritto di dire la sua (e ci mancherebbe) ma soprattutto ognuno ha lo stesso diritto di comandare dell’altro. Nei partiti “figli” della democrazia rappresentativa questo non è pensabile: si sceglie un leader (con le primarie, o nei congressi, o in modo informale) e ci si fa guidare dal leader. Magari contestandolo, attaccandolo, financo ostacolandolo, come, per dire, fa la minoranza dem con Renzi. Ma il capo è lui: al limite lo si può far cadere, ma non lo si sostituisce mentre è in sella.

In passato era così. La Dc se la cavava con le correnti, essendo un partito vasto e portatore di molteplici istanze. Il Pc era per sua natura dirigista (ora, come si vede, molto meno). Ma i partiti hanno sempre dato mandato ai propri leader di governare sulla base di ideali, valori e strategie condivisi. I 5 Stelle non hanno, mi pare, una base comune di valori e strategie. Gridano “onestà”, tifano per l’acqua pubblica ma, a parte una serie di progetti e progettini intorno ai quali si riconoscono, non possiedono un vero, completo, organico pensiero condiviso, una Weltanschauung per dire la parolona. D’altra parte il movimento nasce proprio dal presupposto che uno valga uno, che chiunque possa pronunciarsi sulla qualunque, che l’uomo della strada sia in grado di fare politica come – e anzi meglio, in modo più “onesto” – del politico navigato. Visione semplicistica, superficiale, da disegnino delle scuole elementari. Visione a una o due dimensioni, non certo tridimensionale. E, appunto, una visione iper-democratica, che spazza via concetti come delega e rappresentatività. Siamo tutti in grado, siamo tutti bravi, anzi siamo molto più bravi perché onesti, puri, appassionati.

Quindi il voto di Virginia Raggi vale quanto quello di Beppe Grillo o di Massimo D’Alema o di Benito Mussolini o di Gino Bianchi (chiunque egli sia). Quindi Virginia Raggi vale come D’Alema o come Bianchi. E perché dovrebbe governare lei e non Bianchi (o mio cugino, o un alpinista di mia conoscenza)?

Se l’iper-realismo è la rappresentazione del reale in modo così perfetto che sculture e pitture sembrano vere, anzi più vere del vero, e per questo talvolta inquietanti, così l’iper-democrazia è la democrazia all’ennesima potenza, dove tutti valgono come tutti, perciò sono sostituibili, perciò impossibilitati a esercitare una leadership, e di conseguenza in grado di generare un contesto caotico e iper-litigioso.

Insomma, a mio parere la giunta Raggi a Roma non andrà lontano. Ma auguri.

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Brexit: perché siamo ragazze (e ragazzi) dell’Europa prima nel cuore e poi nei trattati

unione europea digitalePer me l’Europa è esistita prima nel cuore che nei trattati. Sarà che ho vissuto adolescenza e giovinezza negli anni Ottanta, anni di consumismo e superficialità ma anche ricchi di energie e fiducia nel futuro.

L’Europa era la mia casa, non si discuteva. Non avevo ancora 18 anni, con alcune mie compagne di scuola, d’estate, avevamo partecipato a un torneo di pallamano a Teramo e avevamo conosciuto gente di ogni nazionalità. Tra loro anche un gruppo di spagnoli con i quali facemmo amicizia: trascorrevamo le serate parlando in un italiano spagnolizzato assolutamente improbabile, ma loro, chissà com’è, ci capivano lo stesso. Ci invitarono a Valencia. Non potevamo non andare. I nostri genitori non ne volevamo sapere, ma noi praticammo nei loro confronti una sorta di stalkeraggio estivo, per cui, insistenza dopo insistenza, furono costretti a cedere. A settembre, alla stazione della nostra piccola città italiana di provincia, mentre salivamo su un treno con destinazione Spagna, c’erano tanti amici a salutarci: era stata una conquista, quel viaggio in Europa ancora da minorenni.

Fu un’esperienza fantastica ma anche una sorta di rito di passaggio. I nostri amici ci ospitarono nelle loro case, ci offrirono paella e sangria, restammo svegli fino all’alba sulla spiaggia, restammo svegli a leggere insieme in spagnolo i libri di Garcia Marquez… Qualcuna si innamorò, qualcuna fu respinta, qualcuna fu sedotta, qualcun altra sedusse. Ricordo i baci, le risate, uno dei ragazzi spagnoli che camminava in pieno centro con l’incavo delle mani colmo di marijuana (la Spagna del dopo-Franco era come i primi film di Almodovar, sorprendente e pazza). Eravamo giovani, eravamo europei. Soprattutto eravamo giovani.

I confini non contavano, le diversità culturali nemmeno (anzi, erano interessanti), l’Europa era nostra, il mondo era nostro.

interrail_01Poi ci fu l’Interrail. Un biglietto chilometrico che, a costo irrisorio, ti consentiva di viaggiare in treno dovunque in Europa nell’arco di un mese, a patto che avessi meno di 26 anni. Ne avevamo 19 o 20, io e Claudia, e partimmo per il nostro viaggio. Io dall’Italia, lei era già in Francia. Non esistevano i cellulari. Si disse: ci vediamo il tot giorno, alla tot ora, alla tale stazione di Parigi. Fatto. Lo smartphone, in fondo, è stato inutile per millenni e lo fu anche in quel caso. Si rimase un po’ a Parigi, poi si visitò Amsterdam, quindi salpammo per la Gran Bretagna. Allora era ancora Unione europea, oggi non più. Ci stabilimmo in un ostello a Londra, andammo a bere birra nei pub e frequentammo locali dark, poi ci trasferimmo a Manchester, dove fummo ospiti in casa di inglesi conosciuti giorni prima sotto la Torre Eiffel, quindi partimmo per l’Irlanda del Nord. A Belfast il centro storico a una certa ora chiudeva. Era circondato da cancelli con pesanti inferriate, qualcuno passava sul calar della sera a serrare i cancelli col lucchetto. Claudia fece amicizia con un nord-irlandese cattolico che ci portò a casa sua: ricordo che era molto circospetto mentre camminavamo per le strade, soprattutto per quelle abitate dai protestanti.

Negli anni successivi sono tornata più volte in Spagna (è matematico: lì ci si diverte sempre), sono stata un paio di volte in Irlanda, sono tornata in UK, ho trascorso varie estati in Francia…

L’Europa è l’Unione europea? Per la me stessa 17enne che andava in Spagna proprio no. Non sapevo nemmeno bene cosa fosse la Ue. Ma a quella età forse è naturale non saperlo. Ci sarebbe stato tempo, in seguito, per approfondire, studiare, riflettere, arrabbiarsi. Non ci pensavo proprio che, solo 40 anni prima, in quei Paesi nei quali scorrazzavo liberamente e allegramente con le mie amiche, c’erano state due guerre mondiali che avevano visto tutti contro tutti e causato milioni di morti.

Per me quella pace e quella prosperità erano naturali, come avere i capelli biondo-cenere o un certo neo sulla spalla. E di questa “naturalezza” si può e si deve dire solo grazie a chi ha voluto e creato l’Unione europea.

Però, pur non sapendo cosa fosse la Ue, nel mio piccolo, con le mie amiche, nel mio limitato mondo, portavo avanti anch’io – minuscola pulce sul palcoscenico della storia – alcuni dei valori fondanti di questa unione: l’amicizia tra i popoli, la libera circolazione, la condivisione di culture ed esperienze.

Ora che la minorenne è diventata (da gran tempo) maggiorenne, ora che di Ue leggo e scrivo, ora che mi arrabbio per la Brexit, ora più che mai penso che sia necessario credere nell’Europa. Certo, cambiando quello che non va, cercando di tornare allo spirito originario, eliminando storture e sprechi, migliorando, affinando, semplificando. Ma sempre credendoci. United we stand, divided we fall. Peccato per chi non l’ha capito. La ragazza di 17 anni, che beveva sangria con i suoi amici sulla spiaggia di Valencia, l’aveva capito da molto tempo.

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Bruci la città (e vinca Virginia Raggi)

 

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Per fortuna non voto a Roma, però ci ho vissuto molti anni, mi ha dato tanto, le voglio ancora bene e mi sento di dire la mia. Roma va bruciata. Data alle fiamme, incendiata, carbonizzata, come avvenne sotto Nerone.

Non è un mistero che la città è alla deriva: degradata, devatasta, difficilissima da risollevare e raddrizzare. Appesantita dalle spese di Walter Veltroni, che pure aveva un’idea di città, è stata flagellata dalla crisi economica e dalla giunta Alemanno, per poi essere solennemente presa in giro da Ignazio Marino. Su quest’ultimo se ne sono dette tante. Dal mio personale osservatorio, negli anni in cui Marino è stato al potere non ho visto cambiare niente, anzi semmai ho constatato peggioramenti. Le strade sono rimaste piene di buche, i cassonetti strapieni di spazzatura, il traffico insostenibile, gli homeless sempre più numerosi, la città sempre più insicura, sporca, trascurata, le cose sempre così complicate. L’allontanamento di Marino è stato, a mio parere, necessario: e non perché “non piaceva a Renzi”, come una parte della sinistra (la solita, quella auto-distruttiva, sosteneva), ma perché era assolutamente inadeguato a governare la capitale d’Italia.

Ed eccoci qua. Il primo turno delle amministrative si è svolto e sappiamo come è andata. I voti più numerosi sono andati a Virginia Raggi dei 5 Stelle, Giorgia Meloni si è presa la sua parte, Roberto Giachetti si è presa un’altra – modesta – parte, Alfio Marchini, se dio vuole, se lo sono filati in pochi.

Chi sceglierei al secondo turno? L’incendio, senza dubbio.

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Giachetti sembra bravo e perbene, e sarebbe il sindaco meno peggio, pur non essendo certo una figura nazionale di primo piano. La Raggi è inadeguata, non c’è dubbio. È stato facile dedurlo dalle affermazioni pre-voto (vedi la famigerata funivia), ma anche dalla sua biografia. Non mi preoccupa che la candidata a sindaco di Roma dei 5 Stelle abbia “lavorato per lo studio Previti“, come le hanno contestato in molti. Al massimo Previti l’avrà visto una volta, per pochi secondi, quando lui le ha chiesto “Scusi signorina, dov’è il bagno?”. Anzi, magari le avesse telepaticamente trasmesso un po’ della sua furbizia da squalo alla Underwood, ovviamente depurata e filtrata in modo che possa essere utilizzata non per le porcate che faceva lui, ma per servire il bene comune – perché ne servirà di onesta “squalitudine” per governare una città come Roma.

Preoccupa di più che nelle sue candide note biografiche la giovane donna affermi di essere “nata e cresciuta nel quartiere San Giovanni – Appio Latino fino all’età di 26 anni”, poi “per amore” di essere “emigrata ad Ottavia” dove vive. Cioè ha cambiato quartiere e si immagina che prima o poi uscirà anche dal raccordo anulare. Un po’ poco per l’aspirante sindaco di una capitale europea. Sempre dalla bio online si evince che ha fatto cose interessantissime e importanti in passato  quali “raccolta degli olii esausti” e la creazione dell’evento “Notte di mezza estate al Pineto”. Da qui si capisce meglio perché non se la senta ancora di gestire le Olimpiadi a Roma. L’auspicio è che non governi da sola, ma col gruppetto dei suoi amici grillini, così magari può copiare i compiti.

Eppure la Raggi va votata. Eppure in tanti la voteranno.  Non credo che i suoi elettori lo faranno solo per odio e rancore verso il Pd renziano (ritenuto colpevole di aver strappato alla città un Ignazio Marino a suo tempo dipinto come “Madonna Patrona dell’Onestà”): una parte certamente sì, lo farà per dispetto, ma non tutti. I più lo faranno – voglio credere – per dare un chiaro segnale al Pd, che pure in passato a volte ha governato bene. E il segnale è “Non puoi continuare a prenderci in giro, non ci devi riprovare”. Votare Giachetti per il bene di Roma sarebbe come se una moglie vessata e abusata dal marito, che quindi sta per separarsi da lui, rinunciasse all’idea perché all’ultimo il marito le porta un mazzo di fiori e “per il bene dei figli”. Si converrà che i nostri figli sono anche più importanti di Roma, egoisticamente parlando. Però la gente si separa lo stesso.

oltre_giardino_OKVediamo dunque cosa farà questa ragazza. Magari la Raggi funziona come funzionò il giardiniere nel film “Oltre il giardino” con Peter Sellers (anche se, come sappiamo, i film sono film e la realtà è ben diversa). Oppure no, non funziona, non ci capisce niente, la mafia stappa champagne, i corrotti ridono, la gente comune si arrabbia ancora di più di quanto è normalmente arrabbiata. E allora divampa l’incendio.

 

E l’incendio – deo gratias – distruggerà tutto: le inefficienze, i disagi, le brutture che offuscano la Grande Bellezza, i mucchi di spazzatura per le strade, gli scioperi dell’Atac il venerdì per fare il ponte, gli autobus vecchi e sovraffollati, la metropolitana dove ci piove dentro, gli statali sfaticati e ladri, i dipendenti privati anche loro abbastanza sfaticati e abbastanza ladri, la gente sempre più maleducata, isterica, stressata, i poveri in costante aumento, i barboni, gli zingari che frugano nella spazzatura e scippano i turisti, i camion bar piazzati davanti al naso delle opere d’arte immortali, la sciatteria, la trascuratezza, l’immoralità. Tutto raso al suolo e purificato dalle fiamme.

Per evitarlo servirebbe un guizzo di etica, il desiderio squisitamente altruistico di salvare una città che pure è bellissima ed è stata grande.

Ma non c’è, non c’è ancora. Abbiamo giusto Virginia, per il momento. E allora che Virginia sia. Se non ce la farà muoia Roma con tutti i grillini – per poi risorgere naturalmente, perché quando si è toccato il fondo non si può che risalire. Oppure viva e prosperi, chi lo sa. Il malato è terminale, serve una cura shock.

 

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Le 100 cose che non sai di me: 1) La fotografia

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Certo, la questione delle identità non è uno scherzo. Io, per esempio, se mi chiedono chi sono, non so mai come rispondere. A volte mi sembra di conoscermi fin troppo bene, tanto che quasi mi stufo di me stessa: so a memoria cosa dirò, cosa farò, come reagirò ai problemi, quali coazioni a ripetere ripeterò. Altre volte mi stupisco di come io stesso cambio al cambiare dello scenario, e quasi non mi ritrovo più, e un po’ mi perdo.

Ecco, io spesso, quando mi guardo indietro, mi trovo di fronte una sconosciuta. Mi sembrano trascorse ere geologiche da quando ero bambina, e poi adolescente, e poi giovane donna. Mi sento completamente cambiata, e non solo nel fisico. Mi sento diversa, un’altra, molte altre. Non ritrovo il filo. Non ritrovo affinità né comuni denominatori.

Poi l’altro giorno ho ritrovato una fotografia di me da piccola.

Avrò avuto tra i sei e gli otto anni. La foto era sicuramente stata scattata da mio padre o da mia madre (più probabilmente da mio padre, era lui il “tecnico”) con quelle macchine fotografiche di un tempo che oggi, a noi che ci spariamo selfie a raffica da smartphone, sembrano roba medievale, e invece magari all’epoca erano il massimo del progresso.

Era il giorno del mio compleanno, quindi festeggiavo i sei, o i sette, o gli otto anni.

Ero ritratta a mezzo busto. Ero sorridente, estremamente sorridente, sorridevo al mondo con la mia bocca grande e piena di dentini. Si tende a pensare che tutti i bambini siano sempre sorridenti e ridenti, ma non è così. Avevo una cuginetta che, a quella mia stessa età, era sempre ingrugnita. Una bellissima bambina ma ingrugnita, come se le avessero messo degli spilli nelle mutande. Comunicava tristezza e disagio, nonostante la tenera età. Forse era gelosa delle due sorelline arrivate dopo di lei. A 16 anni si è fidanzata con un uomo che la adorava, si è sposata e i due piccioncini non si sono lasciati più, nemmeno dopo che lui ha avuto una grave malattia (per fortuna guarita), neppure dopo che lei è pericolosamente ingrassata. Forse è stata la compensazione di tutta quella tristezza infantile.

Ci sono poi quei bambini che stanno seri seri e ti guardano con sguardo torvo come se da un momento all’altro si mettessero a parlare e sputare come la protagonista dell’Esorcista. Altri abbassano gli occhi intimiditi. Altri ridacchiano. Altri ridono, sì, ma sguaiati e frenetici.

Io, nella foto, sorrido con un sorriso americano, da piccola presentatrice di uno show di prima serata. Era il mio giorno, era la mia festa di compleanno e c’erano i miei amici. Poca roba, saremo stati 7 o 8 in tutto, perché la casa dove abitavamo allora non era grande a sufficienza. Però ricordo con precisione la felicità inebriante che mi regalava far festa con gli amici (ero e sono figlia unica). Da lì quel sorriso entusiasta e, in un certo senso, padrone della situazione.

Dopo tanti anni quel sorriso è ancora lì. Ne sono passati di temporali, nevicate, grandinate, sono arrivate delusioni e ferite, cattiverie e complicazioni. Ho vissuto, capito, sofferto, sono caduta, mi sono rialzata, ho riprovato. Eppure, nella mia foto su Facebook, scattata pochi mesi fa, io – guarda un po’ – sorrido allo stesso modo. Forse perché, nel momento in cui me l’hanno scattata, ero felice: felice del nuovo lavoro, nella nuova città, di nuovi colleghi e amici intorno. Sembra strano, ma dopo tanti anni il sorriso si ripropone. Forse perché è ancora intatto.

Quanto agli amici, in realtà erano quasi tutte amiche: una bambina orfana del primo piano adottata da una coppia (lei che urlava sempre, lui che subiva), una vicina di casa un po’ più grande che stava con me soprattutto perché mia madre le faceva lo zabaione, la mia amica Valeria che adoravo e mi adorava al punto di copiarmi (vestiti, idee), la mia amica Caterina, nipote di una grande attrice e di un grande scrittore. Stavo benissimo con tutte. Un po’ perché i bambini stanno sempre bene con tutti. Io comunque ho conservato negli anni questa sorta di indifferenza democratica nei confronti degli amici: frequento e ho frequentato camerieri e ricconi, artisti e body-builder, approfittatori e disinteressati, adoratori e adorati. Per me pari sono, basta che funzioni.

Anche i capelli della bambina nella foto sono simili ai miei di oggi: riccioletti, di colore biondo-cenere tendente al rosso tiziano. Sono anche un po’ svolazzanti, sembro dire: “Corro di qua, corro di là, ma che divertente avere tutti questi impegni”.

Poi c’è il vestitino molto elegante. Mia madre ci teneva, io tuttora ci tengo.

Nell’immagine ho una forchettina in mano e davanti una fetta di torta, ma non la degno di particolare attenzione. C’è, è davanti a me, come ci sono stati in questi anni pranzi, cene, aperitivi, brunch e light lunch. Ma non sono mai stati essenziali.

Insomma, più mi guardo più mi ripeto: “Sì, sono io. Quella della foto sono io”.

Si sa da subito chi si è veramente. Si sa tutto. È dopo, col tempo, che un po’ ce lo dimentichiamo.

iobambina

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Se anche lo spinello diventa market-oriented

Bob_Marley_&_Homer_SimpsonStasera in treno vicino a me c’erano due giovani intorno ai 20 anni: quello alla mia sinistra, faccia – come si dice – pulita, capelli corti rossicci, maglietta con disegnata una pianta di marijuana, leggeva con attenzione una rivista sulla marijuana. Sono così venuta a conoscenza che in Italia esiste una rivista sulla marijuana e, devo ammetterlo, ho leggiucchiato sopra le sue spalle: articoli su come coltivare la pianta, su Bob Marley, contro il Ttip che evidentemente viene considerato non proprio adeguato per il traffico internazionale di stupefacenti e anche un articolo intitolato “Lsd, il mio bambino”, il racconto di un fruitore di acido lisergico negli anni Settanta. Rivista patinata, buona grafica, infarcita di eleganti pubblicità.

Il suo amico, che non leggeva niente, aveva un orecchino dilatatore, l’anello al naso (sic), vari altri orecchini, numerosi tatuaggi, la maglietta con scritto “Voglio una vita spericolata” (per la verità mi sarei aspettata qualcosa più di nicchia, tipo i Management del Dolore Post Operatorio), i capelli lunghi fermati da un cerchietto e la faccia – ancora una volta – pulita. Silenziosi, attenti, forse appena un po’ tristi.

I ragazzi mi sono parsi professionali e pronti ad aggredire il mercato di riferimento. Non mi sarei stupita se avessero tirato fuori un biglietto da visita con scritto “Spacciatore” o se avessero appena iscritto al Registro delle Camere di Commercio una startup chiamata, che so, MaryUp o SmartMaria. E’ che non ci sono più i drogati di una volta.

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Elezioni Usa: perché Donald Trump ha ragione (e l’America ha torto)

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Ha ragione Donald Trump: il New York Times non ha trovato nulla. O meglio ha fotografato l’atteggiamento di una tipologia di maschio al quale in Italia siamo abituati: quello che ci prova sempre e comunque, con atteggiamento tra il viscido e l’arrogante, forte dei suoi soldi e del suo potere, e perciò convinto che le donne, e tra loro le più giovani e belle, cadano immediatamente ai suoi piedi (e, di fatto, molte cadono, perché ci sono donne disposte a farlo, inutile negarlo).
Non so se gli elettori Usa siano ancora così puritani da condannare moralmente una persona che si comporta in questo modo: non credo. O meglio: se emergesse una concreta accusa di abuso sessuale forse sì, forse un po’ di elettori repubblicani potrebbero abbandonarlo. Ma qui mi sembrano tutte chiacchiere: lui che promuove i concorsi di bellezza per stare in mezzo alle belle donne (maddai?!), lui che provoca e seduce, lui che vede una per strada e la bacia (quasi romantico, no?)…No, non è questa la strada per sbarazzarsene. La verità è che la dissennata candidatura di Donald Trump – perché a nostro parere è dissennata- ha le sue radici dell’inarrestabile decadenza degli Stati Uniti come prima potenza mondiale. Il sogno americano sta franando e gli americani non stanno trovando niente di meglio per fermare la catastrofe che far ricorso a questo individuo populista, razzista, smargiasso e – riteniamo – politicamente pericoloso.
I sintomi della decadenza c’erano da tempo: non li abbiamo voluti vedere, ma c’erano. Un Paese quasi senza welfare, dove il divario tra ricchi e poveri si sta sempre più allargando. Un tifoso di Trump mi scriveva che “prima versava mille dollari al mese per l’assicurazione sanitaria, con Obama ne versa 2000”. Fermo restando che non conosco i dettagli della situazione, a stupirmi sono quei 1000 dollari al mese versati per anni per comprarsi l’assistenza sanitaria.
Quale Paese può pensare di sopravvivere se i suoi cittadini sono terrorizzati dall’idea di prendersi un’influenza oppure finiscono per strada perché hanno una grave malattia? Un amico americano faceva tutti i giorni ossessivamente jogging: aveva il terrore di ammalarsi, doveva restare in forma. Come si può campare con l’ossessione del fitness? E come si può scampare alla sfiga (un incidente, un caso, un gruppo di cellule che improvvisamente impazzisce nonostante anni di jogging?).
Vogliamo parlare dell’istruzione? Sappiamo quanto è carente quella pubblica, sappiamo che gli americani fanno gaffe mostruose in geografia (e non sono brillanti nemmeno in altre materie), sappiamo che tanti bambini non sono seguiti in modo adeguato alla scuola primaria e secondaria. Conosciamo anche come funziona la storia del college. Se non vai al college sei fuori: un paria, un fuoricasta, uno destinato per il resto della vita a servire panini al McDonald ( a meno che tu non sia un genio alla Steve Jobs, cosa ahimé piuttosto rara). Ma per andare al college – un buon college, si intende – serve una quantità mostruosa di soldi. Una giovane americana mi raccontava che la laurea le era costata qualcosa come 140mila euro e che i suoi genitori si erano indebitati. In altri casi sono gli stessi studenti a contrarre mutui di quella entità, così appena iniziano a lavorare (se trovano subito lavoro, ormai non è più così scontato) hanno davanti a sé 20 o 30 anni di un mutuo da pagare. Partono, a 22 o 23 anni, con un debito sulle spalle. Più quello che eventualmente contrarranno in seguito per comprarsi una casa.
Insomma: gli Usa non credono nella sanità pubblica e nella scuola pubblica. Eppure sono schiacciati da un enorme debito pubblico. La Cina, furbetta (o no?), si è persino comprata buona parte di quel debito pubblico.
Qualcosa non funziona, giusto? Nel privato, in compenso, tutto fila liscio. Ma davvero tutto fila liscio? Vi sembra normale essere licenziati in un microsecondo? Basta che il capo dica: “Vattene, non lavori più qui” e tu non lavori più lì. Una delle poche eccezioni è: non si può licenziare una donna incinta. Grazie, troppo buoni. Dice: però uno ritrova subito lavoro, e poi il tasso di disoccupazione è bassissimo. Io penso che sia così basso perché in effetti un lavoro poi uno lo ritrova, ma magari in un fast food o in un centro commerciale. E le professioni più qualificate?
Insomma, il gigante sta perdendo pezzi, e da tempo. Con l’affermarsi delle potenzialità dell’Unione europea e della Cina, ma anche di alcuni Paesi emergenti come India e Russia, gli Stati Uniti sono molto meno influenti.
Non mi sembra strano, dunque, che molti americani si aggrappino all’idea di “uomo forte” che trapela dal ciuffo e dalle smorfie di Donald Trump. Ci siamo cascati anche noi italiani per un certo periodo, affascinati dalla mascella volitiva e dal maschio atteggiamento di un dittatore. Ovviamente speriamo che l’America, chiamata a decidere, punti invece sulla donna forte, intesa come colma di forza d’animo e capacità politiche (anche se noi avremmo preferito un candidato come Joe Biden, perché ci stanno istintivamente antipatiche le dinastie politiche). Ma forse si meritano Trump. Speriamo di no.

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#Ringraziaundocente, grazie maestra per non essere riuscita a farmi piangere

maestra

Gli insegnanti sono importanti, certo. Ora c’è pure la “Settimana Italiana dell’Insegnante”. Iniziativa lodevole, come si dice in questi casi. Personalmente, pensa che ti ripensa, ho trovato almeno un’insegnante alla quale devo dire non uno ma più grazie.

Era la mia maestra dei primi tre anni delle elementari. Una volta – avrò avuto al massimo 8 anni – ci dette un tema: “Descrivi la tua maestra“. Io la descrissi nel modo che a me sembrava più’ obiettivo: è piena di lentiggini, tiene sempre le mani sui fianchi e il golf sbottonato ecc ecc. Lei avrebbe certo preferito un’altra descrizione (“è bellissima, è buonissima”), perché restò scandalizzata al punto da leggere davanti a tutta la classe il tema incriminato. “Vi sembro così?” chiedeva, e tutti in coro “Nooo!!!”.

Così ho imparato, in tenera età, che la verità non sempre piace né paga, e che la massa è vigliacca e sottomessa a chi detiene il potere.

Sempre questa maestra mi picchiava. Sì, è così. Io ero una bambina molto buona e molto brava in italiano. Però, non so perché, ogni tanto mi allungava  qualche schiaffo. Forse le stavo antipatica, non so. Così una volta mi presi il suo schiaffo per un motivo che proprio non ricordo (ma faceva parecchio male!), tornai al mio posto e mi incaponii a non voler piangere: strinsi le labbra, strizzai gli occhi, feci un enorme sforzo su me stessa.

Le lacrime tremolavano sull’orlo degli occhi, ma si trattenevano lì, non sgorgavano fuori. Non gliela detti vinta: non scoppiai a piangere come una bambina (e bambina ero). Quella stupida donna non ebbe il mio pianto. Bene, mi ha insegnato a non dare soddisfazione al nemico.

Il terzo insegnamento: come compito per le vacanze ci dette da leggere un libro di favole moderne scritte non so più da chi (non certo Rodari, era qualcuno di molto meno noto). Poi un giorno ci dette da scrivere un tema su un determinato argomento. Io copiai una delle favole lette. Non l’avevo mai fatto prima, non l’avrei mai più fatto per il resto della vita. Ma così fu. Vissi attimi di terrore temendo di essere smascherata. Macché. Il tema piacque moltissimo. La maestra restò enormemente impressionata dai contenuti di quel tema – contenuti giudicati fin troppo complessi ed elevati per una bambina delle elementari. E ti credo: li aveva elaborati una scrittrice adulta. Ma io ebbi solo lodi. Questo dimostrava che la maestra non aveva letto il libro che ci aveva dato da studiare. Complimentoni alla cialtroneria.

Questo mi ha insegnato che la gente non sempre è seria come dovrebbe. Ma che io dovevo essere seria, perché da allora in poi non ho mai più voluto rivivere quel misto di paura e vergogna provate nell’aver copiato.

In tutto questo la maestra continuò a lodarmi e perfino esaltarmi per come “ero brava in italiano”. Cosa che, credo, sono rimasta. Nonostante lei.

Poi per fortuna fu trasferita o se ne andò, e arrivò una maestra più equilibrata e saggia, che ricordo con affetto.

Eppure non dimenticherò mai gli insegnamenti – sia pure, potremmo dire, non intenzionali – della prima. Si impara solo in due modi: o dall’esempio o dalle ferite. Grazie di avermi ferito, vecchia cialtrona e forse infelice maestra delle elementari. Ora sono semplicemente più forte.

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Tutto come previsto: amo Milano ma mi manca Roma

Tutto ok per ora. Milano mi ha accolto molto bene. È civile, educata, funzionante. Tutto come previsto. Non ce la facevo davvero più a vivere a Roma: sempre più degradata, sporca, incasinata, abbandonata a se stessa. Ci ho vissuto molti anni e mi ha dato tanto: lavoro, amicizie, affetti, avventure, esperienze, sapienza. Di questo le devo essere riconoscente. All’inizio la mia Roma era come una maîtresse un tempo bellissima e ancora in grado di affascinare con le sue arti, sempre pronta a darsi a tutti con disincanto ma anche con una certa generosità. Con gli anni è diventata stanca e lacera: “una cagna in mezzo ai maiali”, come canta il poeta.

Milano no, Milano è diversa. Sapevo che mi sarei trovata bene. Qui i mezzi pubblici funzionano, non ci sono rifiuti per strada, di homeless se ne vedono meno, le persone rispondono cortesemente (sia pure con un certo distacco).  È anche una città brillante: si fanno gli aperitivi, si va alle feste, si va al cinema, a teatro o alle mostre. C’è sempre qualcosa di interessante da fare. Si lavora, certo, e meno male. Più che a Roma? Sicuramente si lavora meglio. Tutto va bene sul fronte settentrionale, tutto o quasi riluccica di novità, tutto o quasi è scoperta, faticosa ma emozionante come ogni scoperta. Sebbene a volte abbia l’impressione di non essere più io ma un’altra, una che accompagno  in questo percorso, una con l’anima lavata dal passato e quindi inedita. Ciononostante continuo ad aggirarmi soddisfatta tra persone e palazzi che ancora non conosco, alle prese con nuovi linguaggi anche mentali, nuovi sorrisi, forse, chissà, nuovi baci. Sebbene non dimentichi i vecchi baci, e ne senta la mancanza.

E insomma tutto procede. Al lavoro sono sempre più numerosi i volti di quelli che mi sorridono. Sto cominciando a intessere le prime amicizie, i primi affetti. Era in un posto del genere che volevo (dovevo) far crescere mio figlio, non certo in una metropoli che sta pericolosamente sconfinando verso il Terzo Mondo.

Eppure qualcosa è successo ultimamente. Dopo i primi mesi a Milano, dopo l’iniziale entusiasmo, che eccita e un po’ ottunde la capacità di comprensione, un giorno mi sono scoperta a pensare: “Ok, mi son trovata bene, la città l’ho vista e frequentata. Ora posso tornare a casa“. Cioè a Roma.

Come se tutto questo fosse stato solo un esperimento, come se le mie radici fossero ancora lì.

Mi mancano le persone conosciute a Roma? Moltissimo. Ma non è solo questo. Forse è qualcosa che ha a che fare con il fascino della Città Eterna: abusata e invasa dai barbari, sì, ma ancora capace di  incatenare a sé. Forse è solo saudade, la bizzarra felicità di essere tristi. Forse è un momento fisiologico di spaesamento. In fondo il film della mia nuova vita inizia ora, i mesi precedenti erano solo il trailer. O forse, in effetti, qualche brandello del mio cuore è ancora lì, impigliato sulla terrazza di un attico da cui si vede il Cupolone.

 

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