Brexit: perché siamo ragazze (e ragazzi) dell’Europa prima nel cuore e poi nei trattati

Lucy

unione europea digitalePer me l’Europa è esistita prima nel cuore che nei trattati. Sarà che ho vissuto adolescenza e giovinezza negli anni Ottanta, anni di consumismo e superficialità ma anche ricchi di energie e fiducia nel futuro.

L’Europa era la mia casa, non si discuteva. Non avevo ancora 18 anni, con alcune mie compagne di scuola, d’estate, avevamo partecipato a un torneo di pallamano a Teramo e avevamo conosciuto gente di ogni nazionalità. Tra loro anche un gruppo di spagnoli con i quali facemmo amicizia: trascorrevamo le serate parlando in un italiano spagnolizzato assolutamente improbabile, ma loro, chissà com’è, ci capivano lo stesso. Ci invitarono a Valencia. Non potevamo non andare. I nostri genitori non ne volevamo sapere, ma noi praticammo nei loro confronti una sorta di stalkeraggio estivo, per cui, insistenza dopo insistenza, furono costretti a cedere. A settembre, alla stazione della nostra piccola città italiana di provincia, mentre salivamo su un treno con destinazione Spagna, c’erano tanti amici a salutarci: era stata una conquista, quel viaggio in Europa ancora da minorenni.

Fu un’esperienza fantastica ma anche una sorta di rito di passaggio. I nostri amici ci ospitarono nelle loro case, ci offrirono paella e sangria, restammo svegli fino all’alba sulla spiaggia, restammo svegli a leggere insieme in spagnolo i libri di Garcia Marquez… Qualcuna si innamorò, qualcuna fu respinta, qualcuna fu sedotta, qualcun altra sedusse. Ricordo i baci, le risate, uno dei ragazzi spagnoli che camminava in pieno centro con l’incavo delle mani colmo di marijuana (la Spagna del dopo-Franco era come i primi film di Almodovar, sorprendente e pazza). Eravamo giovani, eravamo europei. Soprattutto eravamo giovani.

I confini non contavano, le diversità culturali nemmeno (anzi, erano interessanti), l’Europa era nostra, il mondo era nostro.

interrail_01Poi ci fu l’Interrail. Un biglietto chilometrico che, a costo irrisorio, ti consentiva di viaggiare in treno dovunque in Europa nell’arco di un mese, a patto che avessi meno di 26 anni. Ne avevamo 19 o 20, io e Claudia, e partimmo per il nostro viaggio. Io dall’Italia, lei era già in Francia. Non esistevano i cellulari. Si disse: ci vediamo il tot giorno, alla tot ora, alla tale stazione di Parigi. Fatto. Lo smartphone, in fondo, è stato inutile per millenni e lo fu anche in quel caso. Si rimase un po’ a Parigi, poi si visitò Amsterdam, quindi salpammo per la Gran Bretagna. Allora era ancora Unione europea, oggi non più. Ci stabilimmo in un ostello a Londra, andammo a bere birra nei pub e frequentammo locali dark, poi ci trasferimmo a Manchester, dove fummo ospiti in casa di inglesi conosciuti giorni prima sotto la Torre Eiffel, quindi partimmo per l’Irlanda del Nord. A Belfast il centro storico a una certa ora chiudeva. Era circondato da cancelli con pesanti inferriate, qualcuno passava sul calar della sera a serrare i cancelli col lucchetto. Claudia fece amicizia con un nord-irlandese cattolico che ci portò a casa sua: ricordo che era molto circospetto mentre camminavamo per le strade, soprattutto per quelle abitate dai protestanti.

Negli anni successivi sono tornata più volte in Spagna (è matematico: lì ci si diverte sempre), sono stata un paio di volte in Irlanda, sono tornata in UK, ho trascorso varie estati in Francia…

L’Europa è l’Unione europea? Per la me stessa 17enne che andava in Spagna proprio no. Non sapevo nemmeno bene cosa fosse la Ue. Ma a quella età forse è naturale non saperlo. Ci sarebbe stato tempo, in seguito, per approfondire, studiare, riflettere, arrabbiarsi. Non ci pensavo proprio che, solo 40 anni prima, in quei Paesi nei quali scorrazzavo liberamente e allegramente con le mie amiche, c’erano state due guerre mondiali che avevano visto tutti contro tutti e causato milioni di morti.

Per me quella pace e quella prosperità erano naturali, come avere i capelli biondo-cenere o un certo neo sulla spalla. E di questa “naturalezza” si può e si deve dire solo grazie a chi ha voluto e creato l’Unione europea.

Però, pur non sapendo cosa fosse la Ue, nel mio piccolo, con le mie amiche, nel mio limitato mondo, portavo avanti anch’io – minuscola pulce sul palcoscenico della storia – alcuni dei valori fondanti di questa unione: l’amicizia tra i popoli, la libera circolazione, la condivisione di culture ed esperienze.

Ora che la minorenne è diventata (da gran tempo) maggiorenne, ora che di Ue leggo e scrivo, ora che mi arrabbio per la Brexit, ora più che mai penso che sia necessario credere nell’Europa. Certo, cambiando quello che non va, cercando di tornare allo spirito originario, eliminando storture e sprechi, migliorando, affinando, semplificando. Ma sempre credendoci. United we stand, divided we fall. Peccato per chi non l’ha capito. La ragazza di 17 anni, che beveva sangria con i suoi amici sulla spiaggia di Valencia, l’aveva capito da molto tempo.

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