Incontri virtuali ma non troppo: cosa è cambiato nelle relazioni in 30 anni di Internet

Jo

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Le conoscenze reali sono in tutto e per tutto assimilabili a quelle virtuali?

L’argomento è dibattuto da lungo tempo. Ormai sono passati circa 30 anni dall’arrivo di Internet in Italia: trent’anni (anche) di relazioni umane.

Quando ci si pone questa domanda però – le conoscenze reali sono assimilabili a quelle virtuali? – si tende a pensare immediatamente agli incontri al buio tra sconosciuti resi possibili dalle varie modalità offerte dalla Rete. Qui non ci vogliamo limitare a questo ambito, ma fare riferimento a tutte le occasioni di incontro semplicemente amichevoli o amichevoli-professionali che scaturiscono dall’utilizzo di Internet. Naturalmente con un punto di vista assolutamente personale – il mio – e quindi per sua natura limitato e relativo.

Il punto di vista personale parte da ricordi personali: la mia scoperta di Internet intorno alla fine degli anni Novanta. Tardi rispetto agli Usa, ma più o meno in contemporanea con altri colleghi giornalisti italiani. Scoprii che esisteva Internet e che esistevano i siti: luoghi virtuali e interattivi dove era possibile scoprire tutto (o quasi) di un ente, un’azienda, un territorio, una persona. L’Espresso o Panorama, non ricordo bene, pubblicò un volumetto in allegato alla rivista con la lista dei migliori siti Internet italiani: giornale di carta alla mano, si andava in Rete, si digitava l’indirizzo indicato e si esplorava. Poi, si sa, i giornalisti son curiosi, così, navigando nel mare di Internet, scoprii che, tra un caricamento di sito e l’altro (la connessione era lentissima, anche diversi minuti, e spesso il collegamento cadeva), si poteva ingannare il tempo sulle chat.

Le chat erano uno dei nostri primi esperimenti di incontri virtuali. Si sceglieva la chat tra quelle che le voci di popolo davano come le più in voga, si selezionava la categoria preferita (c’erano quelle per chiacchierare e quelle con finalità un po’ più “piccanti” – quanto non so, perché quasi sempre tutto si riduceva a fiumi di parole perse nel web), ci si iscriveva con un nickname e ci cominciava a postare frasi nel mucchio. Le persone, in questo modo, si “conoscevano”. Fino a che punto? Diciamo che era tutto molto misterioso e anche un po’ confuso. Personalmente, avendo fatto delle parole la mia professione, mi ritenevo – e mi ritengo tuttora – in grado di capire molte cose da come una persona scrive, e in genere ci azzecco. All’epoca però non esistevano foto che accompagnassero le parole, perciò non era raro cadere in equivoci di tipo, diciamo, “fisico”: utenti che manifestavano un pensiero originale e divertente e poi – ahimé per loro, ma anche per chi se ne invaghiva – nella realtà erano nerd brufolosi o semiautistici, o ragazzone un po’ troppo in carne, o individui troppo bassi, o troppo magri o troppo qualcosa. Non che ci sia niente di male in tutto questo, anzi. Ma ne scoprivi i corpi solo dopo averne esplorato le menti, e non viceversa. Approccio che può avere i suoi lati positivi e negativi insieme. Infatti le prime domande, e le prime risposte, vertevano tutte sull’età e sulla descrizione fisica: ho 32 anni, capelli lisci, occhi verdi, sono alta 1,65 e peso 50 kg. Oppure: ho 28 anni, occhi neri, capelli neri ondulati, alto 1,75, peso 70 kg. E così via, in una sorta di carta d’identità virtuale. Inoltre i fake avevano molto più gioco di adesso: ci si poteva fingere molte persone diverse e giocare con le identità.

Ma non era raro gettare le rispettive maschere e ritrovarsi tutti in pizzeria. Ricordo a Roma, città ideale per le cene al ristorante con comitiva, una volta partecipai all’incontro collettivo degli utenti di una chat. “Ah, ma tu sei Goldrake!” “E tu MadonnaCiccone!”. “Scommetto che sei Luke333!”. “Noo, sono Lady Oscar!” . E così via. Divertente. Quasi come una cena in pizzeria tra amici reali.

icqNel frattempo uscì ICQ (I seek you, Cerco te), comodo per fare due chiacchiere e un po’ di “amicizia” mentre si era impegnati in altro davanti al pc (lettura, scrittura, ecc. ecc.). Una colonnina a lato della pagina con un simbolo a forma di fiorellino: ti contattavano, tu rispondevi, iniziava la chiacchiera. Ogni nuovo messaggio era associato a un particolare fischio: la sua esatta modulazione è tuttora impressa nella mia mente. Credo fosse uno dei primi programmi di instant messaging nel mondo: è stato ideato da una startup israeliana nel 1996 e per un certo periodo è stato un hype per i frequentatori della Rete, che ancora in Italia non erano molti e, ricordo, erano in stragrande maggioranza tutti maschi. All’epoca molti trovavano divertente fingersi donna, sedurre qualche ragazzo (o uomo) più ingenuo, iniziare quello che in seguito è stato battezzato “sexting” (invio di messaggi sessualmente espliciti) e poi svelarsi come gli omaccioni che erano. Non mi ha mai fatto particolarmente ridere, ma immagino che sia qualcosa di goliardico che mi appartiene poco come donna.

Nel frattempo ci si incontrava anche attraverso i siti. Non mi riferisco soltanto ai siti specializzati di incontri. Ricordo per esempio che, sempre alla fine degli anni Novanta, andava per la maggiore un sito di un certo Bruzzi di Milano. Era, si direbbe oggi, un sito che spaccava: graficamente eccellente (quando, a quei tempi, giravano  molte schifezze grafiche), tecnologicamente buono e con ottimi contenuti. Bruzzi scriveva cose provocatorie, graffianti, a volte lievemente oscene, altre volte tenere. Io e un mio amico gli scrivemmo incuriositi. Cominciammo uno scambio di email (ho dimenticato di dire che, puntualmente, dopo gli incontri “istantanei” in chat, siti e ICQ, la conoscenza veniva approfondita e prolungata attraverso lo strumento dell’email) e alla fine conoscemmo di persona questo giovane talento della Rete. Bizzarro e spiazzante come il suo sito. In seguito il sito è stato chiuso e non sappiamo che fine abbia fatto il nostro web-amico.

Cominciarono a spuntar fuori le piazze dove esprimersi, conoscersi e frequentarsi. Sempre virtualmente, ma non troppo. Agli inizi degli anni Duemila fece la sua apparizione “Il Barbiere della Sera”.

Era una piattaforma ideata da alcuni giornalisti per i giornalisti. Chi lo desiderava poteva postare il proprio articolo, editoriale, riflessione-sul-mondo, notizia, sempre naturalmente coperto da pseudonimo.

Da qualche anno le testate online sono solite schierare la loro passerella di blog: interventi di esperti del ramo (qualsiasi ramo) su qualsiasi argomento, in genere retribuiti dalla testata stessa in “visibilità” (cioè zero euro). Il Barbiere, in anticipo sui tempi, era un florilegio di blog, alcuni dei quali davvero notevoli. Divenne molto di moda far parte del club e anch’io mi buttai nella mischia. Furono anni ruggenti: da autore de Il Barbiere sentivi che avevi gli occhi addosso di tutta l’editoria italiana. Ci furono degli scoop, ci furono delle querele. Uno degli ideatori sostiene che in seguito è stato costretto a chiudere proprio a causa delle querele. Non lo dubito, ma credo che all’origine della sua morte ci sia stata anche la ragione per la quale quel sito era nato ed aveva brillato: l’essere fatto, letto e animato da giornalisti. Una categoria (non ho mai capito bene perché) in genere estremamente aggressiva, polemica (a volte inutilmente), aggressiva, invidiosa, livorosa, persino crudele. I migliori post erano sommersi da valanghe di troll e, si direbbe oggi, di haters, che si divertivano a farli a pezzi, immagino per il puro gusto di distruggere qualcosa che non erano stati in grado di scrivere loro. Mancò soprattutto un’oculata moderazione dei contenuti: in nome di una generica, e molto ideologica, libertà di espressione, si lasciava scrivere la qualunque a chiunque, comprese le offese più sanguinose e strumentali. Così non poteva durare. E infatti non è durato. Ma è stato anche quello un luogo di incontri. Incontri virtuali – alcuni particolarmente agguerriti, come si è detto – ma incontri anche reali. Si facevano cene di gruppo, per poi scoprire che l’autore con cui si era litigato ferocemente il giorno prima era nella vita reale il vicino di scrivania, o che l’autrice che si schierava sempre dalla tua parte era una ex collega che ora lavorava in un’altra città. Scherzi della Rete.

Le prime chat erano state penalizzate dalla mancanza di identificazione fisica, siti come il Barbiere dalla mancata di gestione dell’“odio” sul web. Naturalmente la situazione ha continuato ad evolversi e a migliorare.

Incontrarsi e conoscersi su Facebook, oggi, non è a mio parere molto diverso dall’incontro live. Anzi. All’amico di Fb forniamo una quantità significativa di informazioni: decine, se non centinaia, di foto nostre e dei nostri familiari ed amici (molto improbabile restare delusi dall’approccio fisico, nel caso segua l’incontro reale); informazioni base sulla nostra vita lavorativa; informazioni su chi frequentiamo e su come ci rapportiamo con quelli che frequentiamo; i nostri pensieri sul mondo, peraltro espressi con cadenza frequente, a volte quotidiana. Se io conosco una persona, che so, in un locale, o a casa di amici, o sulla metropolitana, non ho tutta quella massa di informazioni su lui/lei. Magari le avrò in futuro, ma ci vorrà tempo.

Tra le persone che stimo di più e che frequento più volentieri ci sono persone conosciute su Facebook. Altri amici che ho sul social network sono solo virtuali, eppure mi divertono e ci interagisco come se fossero compagni di strada. È probabile che, incontrandoci davvero per strada, non ci saluteremmo nemmeno, per un misto di timidezza, riserbo o senso di distanza. Resta il fatto che è piacevole ritrovarsi con loro sul social network a commentare i fatti del giorno, come davanti a un focolare.

spinozaAnche i siti restano veicoli di relazioni umane. Qualche anno fa è nato Spinoza.it, piattaforma di ironia collettiva in modalità crowdsourcing: chiunque può scrivere la sua battuta sul fatto del giorno e periodicamente i gestori del sito raccolgono e pubblicano le migliori. In questi anni haters e troll sono stati gestiti con efficacia dai responsabili della piattaforma. Dal sito sono scaturiti libri, performance e molto altro. Anche in quel caso io ho aderito alla community per un periodo (e tuttora vi faccio capolino) e ho “incontrato” persone, quasi nessuno poi re-incontrato nella vita reale. Eppure la sensazione era di entrare nel bar, trovare gli amici, fare un po’ di battute, ridere, sorridere, dire “No, questa non è buona” e alla fine offrire da bere a tutti.

I visionari che, agli albori di Internet in Italia, si prefiguravano un uomo sempre più solo davanti al suo computer sono stati parzialmente smentiti. L’uomo resta un animale sociale e, anche se costretto a usare un mezzo che rischia di isolarlo, trova modo di mantenere – e anzi rafforzare – i propri legami con gli altri uomini attraverso quel mezzo. Che poi lo faccia bene o male – che usi la Rete per esprimere odio o manifestare solidarietà, per fare del bene o fare del male, per adescare o simpatizzare, per abusare o regalare – questo è un altro argomento. Il mezzo di per sé è neutro. Ma è sicuramente un mezzo estremamente sociale. E no, non esiste più questa grande differenza tra un incontro reale e uno virtuale.

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