Le 100 cose che non sai di me: 1) La fotografia

Lucy

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Certo, la questione delle identità non è uno scherzo. Io, per esempio, se mi chiedono chi sono, non so mai come rispondere. A volte mi sembra di conoscermi fin troppo bene, tanto che quasi mi stufo di me stessa: so a memoria cosa dirò, cosa farò, come reagirò ai problemi, quali coazioni a ripetere ripeterò. Altre volte mi stupisco di come io stesso cambio al cambiare dello scenario, e quasi non mi ritrovo più, e un po’ mi perdo.

Ecco, io spesso, quando mi guardo indietro, mi trovo di fronte una sconosciuta. Mi sembrano trascorse ere geologiche da quando ero bambina, e poi adolescente, e poi giovane donna. Mi sento completamente cambiata, e non solo nel fisico. Mi sento diversa, un’altra, molte altre. Non ritrovo il filo. Non ritrovo affinità né comuni denominatori.

Poi l’altro giorno ho ritrovato una fotografia di me da piccola.

Avrò avuto tra i sei e gli otto anni. La foto era sicuramente stata scattata da mio padre o da mia madre (più probabilmente da mio padre, era lui il “tecnico”) con quelle macchine fotografiche di un tempo che oggi, a noi che ci spariamo selfie a raffica da smartphone, sembrano roba medievale, e invece magari all’epoca erano il massimo del progresso.

Era il giorno del mio compleanno, quindi festeggiavo i sei, o i sette, o gli otto anni.

Ero ritratta a mezzo busto. Ero sorridente, estremamente sorridente, sorridevo al mondo con la mia bocca grande e piena di dentini. Si tende a pensare che tutti i bambini siano sempre sorridenti e ridenti, ma non è così. Avevo una cuginetta che, a quella mia stessa età, era sempre ingrugnita. Una bellissima bambina ma ingrugnita, come se le avessero messo degli spilli nelle mutande. Comunicava tristezza e disagio, nonostante la tenera età. Forse era gelosa delle due sorelline arrivate dopo di lei. A 16 anni si è fidanzata con un uomo che la adorava, si è sposata e i due piccioncini non si sono lasciati più, nemmeno dopo che lui ha avuto una grave malattia (per fortuna guarita), neppure dopo che lei è pericolosamente ingrassata. Forse è stata la compensazione di tutta quella tristezza infantile.

Ci sono poi quei bambini che stanno seri seri e ti guardano con sguardo torvo come se da un momento all’altro si mettessero a parlare e sputare come la protagonista dell’Esorcista. Altri abbassano gli occhi intimiditi. Altri ridacchiano. Altri ridono, sì, ma sguaiati e frenetici.

Io, nella foto, sorrido con un sorriso americano, da piccola presentatrice di uno show di prima serata. Era il mio giorno, era la mia festa di compleanno e c’erano i miei amici. Poca roba, saremo stati 7 o 8 in tutto, perché la casa dove abitavamo allora non era grande a sufficienza. Però ricordo con precisione la felicità inebriante che mi regalava far festa con gli amici (ero e sono figlia unica). Da lì quel sorriso entusiasta e, in un certo senso, padrone della situazione.

Dopo tanti anni quel sorriso è ancora lì. Ne sono passati di temporali, nevicate, grandinate, sono arrivate delusioni e ferite, cattiverie e complicazioni. Ho vissuto, capito, sofferto, sono caduta, mi sono rialzata, ho riprovato. Eppure, nella mia foto su Facebook, scattata pochi mesi fa, io – guarda un po’ – sorrido allo stesso modo. Forse perché, nel momento in cui me l’hanno scattata, ero felice: felice del nuovo lavoro, nella nuova città, di nuovi colleghi e amici intorno. Sembra strano, ma dopo tanti anni il sorriso si ripropone. Forse perché è ancora intatto.

Quanto agli amici, in realtà erano quasi tutte amiche: una bambina orfana del primo piano adottata da una coppia (lei che urlava sempre, lui che subiva), una vicina di casa un po’ più grande che stava con me soprattutto perché mia madre le faceva lo zabaione, la mia amica Valeria che adoravo e mi adorava al punto di copiarmi (vestiti, idee), la mia amica Caterina, nipote di una grande attrice e di un grande scrittore. Stavo benissimo con tutte. Un po’ perché i bambini stanno sempre bene con tutti. Io comunque ho conservato negli anni questa sorta di indifferenza democratica nei confronti degli amici: frequento e ho frequentato camerieri e ricconi, artisti e body-builder, approfittatori e disinteressati, adoratori e adorati. Per me pari sono, basta che funzioni.

Anche i capelli della bambina nella foto sono simili ai miei di oggi: riccioletti, di colore biondo-cenere tendente al rosso tiziano. Sono anche un po’ svolazzanti, sembro dire: “Corro di qua, corro di là, ma che divertente avere tutti questi impegni”.

Poi c’è il vestitino molto elegante. Mia madre ci teneva, io tuttora ci tengo.

Nell’immagine ho una forchettina in mano e davanti una fetta di torta, ma non la degno di particolare attenzione. C’è, è davanti a me, come ci sono stati in questi anni pranzi, cene, aperitivi, brunch e light lunch. Ma non sono mai stati essenziali.

Insomma, più mi guardo più mi ripeto: “Sì, sono io. Quella della foto sono io”.

Si sa da subito chi si è veramente. Si sa tutto. È dopo, col tempo, che un po’ ce lo dimentichiamo.

iobambina

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