La maggior parte delle nostre occupazioni sono farsesche

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?  E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.  Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. (Matteo 6,25-34)

 

A volte mi chiedo quanto sia utile il lavoro che faccio. La risposta non è mai troppo positiva. E non solo il mio, devo dire. Mi guardo intorno e mi chiedo se anche quelli che conosco svolgano una funzione realmente utile alla collettività. Se tutto questo darsi obiettivi, disegnare strategie, pianificare, rendicontare ottimizzare, non sia un dimenarsi insensato, una sorta di ballo di gruppo scaramantico per allontanare lo spettro della mancanza di senso.

E a quel punto l’unico lavoro che mi sembra avere un senso è quello delle persone – forze dell’ordine, medici, infermieri, volontari – che quasi ogni giorno, a Lampedusa, allungano le braccia per afferrare altre braccia. Tendono la mano e pescano – pescano uomini, donne, bambini – stringono quelle mani tremanti per lo scampato pericolo, coprono le spalle infreddolite, accompagnano i corpi verso una terraferma si spera meno capricciosa dell’acqua. Quando, purtroppo, non accompagnano orfani o cadaveri.

Umanità che mette in salvo altra umanità.

E così penso di tutti gli altri lavori nei quali un essere umano allunga le braccia per tirar su un altro essere umano da un mare periglioso – una malattia, una disabilità, uno sbandamento, un disagio. Sono gli unici veramente utili. I nostri, al confronto, sono cipria sulla punta del naso delle signorine.

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Dimmi quale parente hai e ti dirò chi sei

parenti

Mi scrive in email una persona che non conosco: “Mi permetto di chiederle se è per caso parente di xxx (stesso mio cognome) di Roma, che ho conosciuto diverso tempo fa e che mi sembra di ricordare fosse parente del Prof YYY, ordinario di economia politica all’Università”. Non so chi sia lo scrivente, cosa voglia veramente, se un giorno sia caduto innamorato della signora xxx, l’abbia persa e ora ricerchi in modo indiretto e piuttosto goffo un contatto con la desaparecida, oppure se sia interessato al professore YYY, o voglia solo sapere qualcosa in più di me. Cosa poi? I miei gradi parentela?

No, non sono mai stata parente di nessuno. Sono orfana di genitori vivi. Come Gide, odio le famiglie. Sono madre di me stessa, figlia di me stessa, sorella di me stessa. Evito i cugini, non amo gli zii, non ricordo mai la differenza tra suocero, genero e cognato. Sono madre di un figlio. Amica di qualcuno. Amante di chi amo e di chi mi ha amata. Non ho una rete (di parentele): il che significa che, se cado mentre mi esibisco sul filo, mi sfracello al suolo. Ma anche che non finirò mai intrappolata.

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Se anche lo spinello diventa market-oriented

Bob_Marley_&_Homer_SimpsonStasera in treno vicino a me c’erano due giovani intorno ai 20 anni: quello alla mia sinistra, faccia – come si dice – pulita, capelli corti rossicci, maglietta con disegnata una pianta di marijuana, leggeva con attenzione una rivista sulla marijuana. Sono così venuta a conoscenza che in Italia esiste una rivista sulla marijuana e, devo ammetterlo, ho leggiucchiato sopra le sue spalle: articoli su come coltivare la pianta, su Bob Marley, contro il Ttip che evidentemente viene considerato non proprio adeguato per il traffico internazionale di stupefacenti e anche un articolo intitolato “Lsd, il mio bambino”, il racconto di un fruitore di acido lisergico negli anni Settanta. Rivista patinata, buona grafica, infarcita di eleganti pubblicità.

Il suo amico, che non leggeva niente, aveva un orecchino dilatatore, l’anello al naso (sic), vari altri orecchini, numerosi tatuaggi, la maglietta con scritto “Voglio una vita spericolata” (per la verità mi sarei aspettata qualcosa più di nicchia, tipo i Management del Dolore Post Operatorio), i capelli lunghi fermati da un cerchietto e la faccia – ancora una volta – pulita. Silenziosi, attenti, forse appena un po’ tristi.

I ragazzi mi sono parsi professionali e pronti ad aggredire il mercato di riferimento. Non mi sarei stupita se avessero tirato fuori un biglietto da visita con scritto “Spacciatore” o se avessero appena iscritto al Registro delle Camere di Commercio una startup chiamata, che so, MaryUp o SmartMaria. E’ che non ci sono più i drogati di una volta.

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Elezioni Usa: perché Donald Trump ha ragione (e l’America ha torto)

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Ha ragione Donald Trump: il New York Times non ha trovato nulla. O meglio ha fotografato l’atteggiamento di una tipologia di maschio al quale in Italia siamo abituati: quello che ci prova sempre e comunque, con atteggiamento tra il viscido e l’arrogante, forte dei suoi soldi e del suo potere, e perciò convinto che le donne, e tra loro le più giovani e belle, cadano immediatamente ai suoi piedi (e, di fatto, molte cadono, perché ci sono donne disposte a farlo, inutile negarlo).
Non so se gli elettori Usa siano ancora così puritani da condannare moralmente una persona che si comporta in questo modo: non credo. O meglio: se emergesse una concreta accusa di abuso sessuale forse sì, forse un po’ di elettori repubblicani potrebbero abbandonarlo. Ma qui mi sembrano tutte chiacchiere: lui che promuove i concorsi di bellezza per stare in mezzo alle belle donne (maddai?!), lui che provoca e seduce, lui che vede una per strada e la bacia (quasi romantico, no?)…No, non è questa la strada per sbarazzarsene. La verità è che la dissennata candidatura di Donald Trump – perché a nostro parere è dissennata- ha le sue radici dell’inarrestabile decadenza degli Stati Uniti come prima potenza mondiale. Il sogno americano sta franando e gli americani non stanno trovando niente di meglio per fermare la catastrofe che far ricorso a questo individuo populista, razzista, smargiasso e – riteniamo – politicamente pericoloso.
I sintomi della decadenza c’erano da tempo: non li abbiamo voluti vedere, ma c’erano. Un Paese quasi senza welfare, dove il divario tra ricchi e poveri si sta sempre più allargando. Un tifoso di Trump mi scriveva che “prima versava mille dollari al mese per l’assicurazione sanitaria, con Obama ne versa 2000”. Fermo restando che non conosco i dettagli della situazione, a stupirmi sono quei 1000 dollari al mese versati per anni per comprarsi l’assistenza sanitaria.
Quale Paese può pensare di sopravvivere se i suoi cittadini sono terrorizzati dall’idea di prendersi un’influenza oppure finiscono per strada perché hanno una grave malattia? Un amico americano faceva tutti i giorni ossessivamente jogging: aveva il terrore di ammalarsi, doveva restare in forma. Come si può campare con l’ossessione del fitness? E come si può scampare alla sfiga (un incidente, un caso, un gruppo di cellule che improvvisamente impazzisce nonostante anni di jogging?).
Vogliamo parlare dell’istruzione? Sappiamo quanto è carente quella pubblica, sappiamo che gli americani fanno gaffe mostruose in geografia (e non sono brillanti nemmeno in altre materie), sappiamo che tanti bambini non sono seguiti in modo adeguato alla scuola primaria e secondaria. Conosciamo anche come funziona la storia del college. Se non vai al college sei fuori: un paria, un fuoricasta, uno destinato per il resto della vita a servire panini al McDonald ( a meno che tu non sia un genio alla Steve Jobs, cosa ahimé piuttosto rara). Ma per andare al college – un buon college, si intende – serve una quantità mostruosa di soldi. Una giovane americana mi raccontava che la laurea le era costata qualcosa come 140mila euro e che i suoi genitori si erano indebitati. In altri casi sono gli stessi studenti a contrarre mutui di quella entità, così appena iniziano a lavorare (se trovano subito lavoro, ormai non è più così scontato) hanno davanti a sé 20 o 30 anni di un mutuo da pagare. Partono, a 22 o 23 anni, con un debito sulle spalle. Più quello che eventualmente contrarranno in seguito per comprarsi una casa.
Insomma: gli Usa non credono nella sanità pubblica e nella scuola pubblica. Eppure sono schiacciati da un enorme debito pubblico. La Cina, furbetta (o no?), si è persino comprata buona parte di quel debito pubblico.
Qualcosa non funziona, giusto? Nel privato, in compenso, tutto fila liscio. Ma davvero tutto fila liscio? Vi sembra normale essere licenziati in un microsecondo? Basta che il capo dica: “Vattene, non lavori più qui” e tu non lavori più lì. Una delle poche eccezioni è: non si può licenziare una donna incinta. Grazie, troppo buoni. Dice: però uno ritrova subito lavoro, e poi il tasso di disoccupazione è bassissimo. Io penso che sia così basso perché in effetti un lavoro poi uno lo ritrova, ma magari in un fast food o in un centro commerciale. E le professioni più qualificate?
Insomma, il gigante sta perdendo pezzi, e da tempo. Con l’affermarsi delle potenzialità dell’Unione europea e della Cina, ma anche di alcuni Paesi emergenti come India e Russia, gli Stati Uniti sono molto meno influenti.
Non mi sembra strano, dunque, che molti americani si aggrappino all’idea di “uomo forte” che trapela dal ciuffo e dalle smorfie di Donald Trump. Ci siamo cascati anche noi italiani per un certo periodo, affascinati dalla mascella volitiva e dal maschio atteggiamento di un dittatore. Ovviamente speriamo che l’America, chiamata a decidere, punti invece sulla donna forte, intesa come colma di forza d’animo e capacità politiche (anche se noi avremmo preferito un candidato come Joe Biden, perché ci stanno istintivamente antipatiche le dinastie politiche). Ma forse si meritano Trump. Speriamo di no.

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Papa Francesco ha ragione: facile umanizzare gli animali, ma ci deve importare di più degli uomini

 

gattini

L’umanizzazione degli animali, quale patetica deriva dell’Occidente benestante e post-moderno.

Papa Francesco ha messo in guardia dal rischio di avere un atteggiamento diverso e sbilanciato nei confronti degli animali e degli esseri umani: “State attenti a non identificare la pietà con quel pietismo piuttosto diffuso che è solo un’emozione superficiale che offende l’altro. La pietà – ha aggiunto – non va confusa con la compassione per gli animali che vivono con noi. Accade infatti che a volte si provino sentimenti verso animali e si rimanga indifferenti di fronte alle sofferenze dei fratelli”.

Apriti cielo: le gattare, gli amanti dei cani, quelli che nuotano con i delfini e le Brigitte Bardot de noantri si sono sollevati. Questo Papa, va ricordato, ha scritto un’enciclica sulla bellezza del creato (e quindi di tutti, uomini, animali e piante) e ha detto nel 2014 che gli animali vanno in Paradiso. Il senso della sua recente frase non era: “Cosa ci frega degli animali?” bensì: “Deve importarci di più degli uomini”.

Ciononostante sono partiti commenti al veleno sui social. Molti hanno fatto notare che Bergoglio è un Papa, quindi “vive da Papa”, nel lusso e nelle comodità, e i vicini che hanno bisogno di lui non li vede proprio. Quanto di più insensato: Francesco non è Bertone, non vive in un attico ma in un’umile stanzetta a Santa Marta, predica da sempre la povertà della Chiesa, gli stanno sicuramente sulle balle tutti questi vescovi e cardinaloni che sguazzano nel benessere e per i suoi vicini ha fatto e sta facendo tanto. I vicini sono i barboni che dormono in Piazza San Pietro: ha mandato l’elemosiniere a dar loro soldi e conforto, ha fatto costruire docce, ha fornito loro un barbiere e, intelligentemente, ha fatto loro distribuire materiale cartaceo ai fedeli durante un’udienza a San Pietro (come dire: Voi siete utili). La sua vita “da Papa” è una vita fatta di sveglie alle 4 di mattina, di preghiere e scarpinate, di bagni di folla continui, di poveri, malati e disperati da accogliere e confortare, di politica internazionale e pure di gestione della politica interna del Vaticano, che credo sia l’impegno più gravoso, perché deve guardarsi da molte serpi e molti sepolcri imbiancati. La vita del barbone sdraiato in piazza San Pietro è obiettivamente meno gravosa. Ma non è questo il punto.

Il punto è la dissennata umanizzazione degli animali. Lo so che Fb è terreno di gattini fuffosi, lo so che a parlar così degli animali si feriscono sensibilità. Ma un gatto non è un essere umano, sorry. Banale, ma è così. Il gatto è un animale, con istinto da animale. Non è né buono né cattivo, è istintivo. Il mio gatto, che aveva la fortuna di scorrazzare in aperta campagna, mi portava a “far vedere” il topolino che aveva appena ucciso e che teneva in bocca. Dobbiamo perciò umanizzarlo dicendo che era un gatto “assassino”? Ovviamente no, era un animale e basta. E gli animali si uccidono tra loro (se non sono erbivori). Il gatto che si lascia accarezzare e fa le fusa è “buono”? No, è gatto e basta. Fa compagnia, è bellino, ma non può essere equiparato a un fratello, o a un amico ne’ – appunto – a un vicino di casa.

E ti dirò di più. Nell’aretino e nel vicentino i gatti se li mangiavano. Perché era gente cattiva? No, perché c’era la guerra e il dopoguerra, e se non mangiavano il gatto morivano di fame. Era ed è un animale, come il coniglio, quest’ultimo considerato ancora commestibile, sebbene stiano cominciando a umanizzare anche lui (conosco una famiglia che ha un coniglio come pet). Come dice uno che ne capisce più di me, questa umanizzazione degli animali nasconde in realtà una struggente nostalgia del vero rapporto uomo-animale, che era fatto di sfruttamento ma anche riconoscenza, perché mucche, cani, cavalli ecc. ecc. servivano all’uomo per vivere e sopravvivere. Un rapporto terminato per sempre: ormai viviamo anche senza.

Perciò gli animali diventano la proiezione del nostro bisogno di affetto, se non possono più essere i nostri strumenti di sopravvivenza.

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Invecchiare aiuta

 

Con l’età si diventa (anzi si ritorna) nudi. Le anime belle, che avevano faticato a farsi notare tra folle di giovani più esibizionisti e spregiudicati di loro, diventano splendide. Le brutte persone, che erano riuscite a camuffarsi servendosi di una passeggera bellezza o di altre maschere di lusso, si rivelano finalmente per quello che sono. Invecchiare è appunto come perdere a poco a poco tutti i vestiti che erano precedentemente serviti a imbellire o ingannare, e restare nudi come neonati: niente di più né di meno di quello che realmente si è. Per questo non riesco ad avere troppa paura di diventare vecchia.

eduardo

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#Ringraziaundocente, grazie maestra per non essere riuscita a farmi piangere

maestra

Gli insegnanti sono importanti, certo. Ora c’è pure la “Settimana Italiana dell’Insegnante”. Iniziativa lodevole, come si dice in questi casi. Personalmente, pensa che ti ripensa, ho trovato almeno un’insegnante alla quale devo dire non uno ma più grazie.

Era la mia maestra dei primi tre anni delle elementari. Una volta – avrò avuto al massimo 8 anni – ci dette un tema: “Descrivi la tua maestra“. Io la descrissi nel modo che a me sembrava più’ obiettivo: è piena di lentiggini, tiene sempre le mani sui fianchi e il golf sbottonato ecc ecc. Lei avrebbe certo preferito un’altra descrizione (“è bellissima, è buonissima”), perché restò scandalizzata al punto da leggere davanti a tutta la classe il tema incriminato. “Vi sembro così?” chiedeva, e tutti in coro “Nooo!!!”.

Così ho imparato, in tenera età, che la verità non sempre piace né paga, e che la massa è vigliacca e sottomessa a chi detiene il potere.

Sempre questa maestra mi picchiava. Sì, è così. Io ero una bambina molto buona e molto brava in italiano. Però, non so perché, ogni tanto mi allungava  qualche schiaffo. Forse le stavo antipatica, non so. Così una volta mi presi il suo schiaffo per un motivo che proprio non ricordo (ma faceva parecchio male!), tornai al mio posto e mi incaponii a non voler piangere: strinsi le labbra, strizzai gli occhi, feci un enorme sforzo su me stessa.

Le lacrime tremolavano sull’orlo degli occhi, ma si trattenevano lì, non sgorgavano fuori. Non gliela detti vinta: non scoppiai a piangere come una bambina (e bambina ero). Quella stupida donna non ebbe il mio pianto. Bene, mi ha insegnato a non dare soddisfazione al nemico.

Il terzo insegnamento: come compito per le vacanze ci dette da leggere un libro di favole moderne scritte non so più da chi (non certo Rodari, era qualcuno di molto meno noto). Poi un giorno ci dette da scrivere un tema su un determinato argomento. Io copiai una delle favole lette. Non l’avevo mai fatto prima, non l’avrei mai più fatto per il resto della vita. Ma così fu. Vissi attimi di terrore temendo di essere smascherata. Macché. Il tema piacque moltissimo. La maestra restò enormemente impressionata dai contenuti di quel tema – contenuti giudicati fin troppo complessi ed elevati per una bambina delle elementari. E ti credo: li aveva elaborati una scrittrice adulta. Ma io ebbi solo lodi. Questo dimostrava che la maestra non aveva letto il libro che ci aveva dato da studiare. Complimentoni alla cialtroneria.

Questo mi ha insegnato che la gente non sempre è seria come dovrebbe. Ma che io dovevo essere seria, perché da allora in poi non ho mai più voluto rivivere quel misto di paura e vergogna provate nell’aver copiato.

In tutto questo la maestra continuò a lodarmi e perfino esaltarmi per come “ero brava in italiano”. Cosa che, credo, sono rimasta. Nonostante lei.

Poi per fortuna fu trasferita o se ne andò, e arrivò una maestra più equilibrata e saggia, che ricordo con affetto.

Eppure non dimenticherò mai gli insegnamenti – sia pure, potremmo dire, non intenzionali – della prima. Si impara solo in due modi: o dall’esempio o dalle ferite. Grazie di avermi ferito, vecchia cialtrona e forse infelice maestra delle elementari. Ora sono semplicemente più forte.

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Tutto come previsto: amo Milano ma mi manca Roma

Tutto ok per ora. Milano mi ha accolto molto bene. È civile, educata, funzionante. Tutto come previsto. Non ce la facevo davvero più a vivere a Roma: sempre più degradata, sporca, incasinata, abbandonata a se stessa. Ci ho vissuto molti anni e mi ha dato tanto: lavoro, amicizie, affetti, avventure, esperienze, sapienza. Di questo le devo essere riconoscente. All’inizio la mia Roma era come una maîtresse un tempo bellissima e ancora in grado di affascinare con le sue arti, sempre pronta a darsi a tutti con disincanto ma anche con una certa generosità. Con gli anni è diventata stanca e lacera: “una cagna in mezzo ai maiali”, come canta il poeta.

Milano no, Milano è diversa. Sapevo che mi sarei trovata bene. Qui i mezzi pubblici funzionano, non ci sono rifiuti per strada, di homeless se ne vedono meno, le persone rispondono cortesemente (sia pure con un certo distacco).  È anche una città brillante: si fanno gli aperitivi, si va alle feste, si va al cinema, a teatro o alle mostre. C’è sempre qualcosa di interessante da fare. Si lavora, certo, e meno male. Più che a Roma? Sicuramente si lavora meglio. Tutto va bene sul fronte settentrionale, tutto o quasi riluccica di novità, tutto o quasi è scoperta, faticosa ma emozionante come ogni scoperta. Sebbene a volte abbia l’impressione di non essere più io ma un’altra, una che accompagno  in questo percorso, una con l’anima lavata dal passato e quindi inedita. Ciononostante continuo ad aggirarmi soddisfatta tra persone e palazzi che ancora non conosco, alle prese con nuovi linguaggi anche mentali, nuovi sorrisi, forse, chissà, nuovi baci. Sebbene non dimentichi i vecchi baci, e ne senta la mancanza.

E insomma tutto procede. Al lavoro sono sempre più numerosi i volti di quelli che mi sorridono. Sto cominciando a intessere le prime amicizie, i primi affetti. Era in un posto del genere che volevo (dovevo) far crescere mio figlio, non certo in una metropoli che sta pericolosamente sconfinando verso il Terzo Mondo.

Eppure qualcosa è successo ultimamente. Dopo i primi mesi a Milano, dopo l’iniziale entusiasmo, che eccita e un po’ ottunde la capacità di comprensione, un giorno mi sono scoperta a pensare: “Ok, mi son trovata bene, la città l’ho vista e frequentata. Ora posso tornare a casa“. Cioè a Roma.

Come se tutto questo fosse stato solo un esperimento, come se le mie radici fossero ancora lì.

Mi mancano le persone conosciute a Roma? Moltissimo. Ma non è solo questo. Forse è qualcosa che ha a che fare con il fascino della Città Eterna: abusata e invasa dai barbari, sì, ma ancora capace di  incatenare a sé. Forse è solo saudade, la bizzarra felicità di essere tristi. Forse è un momento fisiologico di spaesamento. In fondo il film della mia nuova vita inizia ora, i mesi precedenti erano solo il trailer. O forse, in effetti, qualche brandello del mio cuore è ancora lì, impigliato sulla terrazza di un attico da cui si vede il Cupolone.

 

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Perché proporre una Roma ciclabile è roba da (candidati) cretini

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Ho elaborato un metodo scientifico per stimare il grado di #prevalenzadelcretino tra i candidati a sindaco di Roma: l’annuncio di una città che in futuro sarà sacralmente votata all’uso della bicicletta. Chi lo fa è un cretino perché:
1) La questione “piste ciclabili” è da classificarsi al 1350esimo posto delle priorità della città dopo degrado, gestione traffico, gestione rifiuti, funzionamento mezzi pubblici, questione abitativa, infiltrazioni mafiose, promozione del turismo ecc. ecc. (priorità da me qui scritte a caso)
2) Il romano medio è pigro, usa l’automobile anche per spostarsi di poche centinaia di metri: l’utilizzo della bicicletta è promosso da un gruppo sparuto di ciclisti-ambientalisti-salutisti, spesso radical chic, e/o decisamente confusi a proposito del concetto di salutismo (poi spiego perché)
3) Roma non è città da bicicletta perché sterminata, congestionata dal traffico e piena di pericolose buche (Ferrara o Arezzo sono città da bicicletta, cioè piccoli centri nei quali ci si sposta facilmente da un capo all’altro e non si rischia ogni volta la vita).
4) Pensare di essere salutisti a Roma spostandosi in bicicletta (ovvero inalando a pieni polmoni i gas di scarico delle automobili che seguono, precedono o affiancano il ciclista) è come pensare di lavarsi facendosi un bagno nel Gange (magari durante qualche affollato rito induista).
La verità è che la bici può servire al massimo per spostarsi all’interno di un quartiere. E che è un ottimo mezzo per chi ha deciso di suicidarsi.
Per questo il candidato sindaco che propone una Roma ciclabile (o anche l’ex sindaco che sfoggiava il suo essere ciclista) è automaticamente un cretino. E non va votato. Fate il vostro gioco, elettori romani.

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25 aprile, se siamo libere lo dobbiamo anche alla ragazza Lia

Quando mi è capitato di trovar casa nel quartiere di Niguarda, a Milano, facendo un breve giro nei dintorni sono stata subito “salutata” da un grande murales, di buona qualità artistica, con la scritta “Niguarda anti-fascista”. “Molto bene – ho pensato – questo è anche il mio quartiere”.

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Poi mi hanno raccontato la storia di Lia. Chi era Lia? Era una giovane donna di origini mantovane e in realtà si chiamava Gina Galeotti Bianchi. Viveva, appunto, a Niguarda, che all’epoca era considerata estrema periferia di Milano, se non proprio un paese a parte. Era diventata presto anti-fascista, era finita in carcere, nel 1943 era stata liberata. Era poi diventata staffetta partigiana. Come spiega questo articolo su “Il Fatto” ha eroicamente contribuito alla liberazione di Milano dal nazi-fascismo. Purtroppo ha pagato con la vita. È finita sotto le mitragliate di un gruppo di nazisti mentre tentava di consegnare un messaggio ai compagni partigiani. Era incinta del suo primo figlio.

Di recente ho fatto qualche giro per Niguarda centro. Ancora molto popolare, molto di sinistra. Stavo cercando un posto e ho chiesto a una signora del luogo: svelta, magra, sorridente, pratica. Mi ha dato le giuste indicazioni. Un’altra volta sono capitata in una trattoria: anche lì sono stata accolta da una signora milanese gioviale e operosa. Ho pensato che, anche se era morta, Lia sopravviveva in quella gente.

Donne di una stirpe nordica, donne robuste e coraggiose, quattro ossa in tutto, ma di acciaio. Donne che te le immagini a far figli e a far i dane’, sbrigative ma oneste. Donne solide e solidali. Così deve essere stata Lia: una che a un certo punto ha detto basta, mi son stufata di questa gente qui che ci ruba la libertà – e l’avrà detto nel suo dialetto aspro e sbrigativo – e con quell’allegro coraggio si è buttata.

L’ha fatto anche per noi, perché possiamo camminare liberamente nel centro di Niguarda, e ammirare il murales liberamente creato da artisti che l’hanno ritratta in bicicletta insieme alla compagna Lalla (sopravvissuta all’agguato), e liberamente ricordarla. Tanto è ancora qua, insieme a noi.

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