San Valentino: i nuovi Romeo e Giulietta si lasciano e si ritrovano a 80 anni

bacioVedo e sento in giro ultimamente coppie che si ritrovano a distanza di decenni. Un grande amore, una lunga separazione e poi, sul calar della sera e dopo percorsi su binari separati che magari li hanno portati ad incontrare altre persone e allacciare altre storie, finiscono di nuovo insieme, e magari stavolta davvero per sempre. Guardando alla cultura pop penso a Albano e Romina, o alla reunion dei Pooh. Ma conosco anche persone non note che sperimentano una simile parabola. Perché? Io una risposta me la son data.

Quando si campava massimo fino a 50 anni (ma l’età media era anche inferiore) c’era tempo per un solo grande amore. Romeo e Giulietta, gli amanti per eccellenza, sono morti adolescenti. Ci si sposava alla loro età – 15 o 16 anni – si facevano figli negli anni successivi, e sulla quarantina si cominciava a precipitare verso un rapido declino. Cosa vuoi pensare a tradimenti e amanti? La terra da zappare – se eri agricoltore – o i beni da mantenere – se eri di classe superiore – insieme ai figli e alle malattie da affrontare, lasciavano spazio per poco altro. Le donne poi morivano a frotte di parto, gli uomini andavano in guerra.

La fine della coppia tradizionale è stata sancita quando l’età media si è alzata fin verso i 60/70 anni. Ti sposi a 20, ok, ma come fai obiettivamente a continuare a desiderare, capire e sopportare una stessa persona per altri 40 o 50 anni? Ci vuole il divieto per legge del divorzio (divieto che infatti poi è stato abolito), o un amore straordinario ed esclusivo (rarissimo) o motivi di necessità estrema o estrema lealtà alla causa. Nel frattempo le tentazioni si sono moltiplicate, le donne si sono emancipate, la società è diventata liquida. È chiaro che dopo un po’ le unioni anche apparentemente più solide vanno a ramengo.

Ma ci viene in soccorso l’invecchiamento della popolazione. Ormai si vive fino a 80 anni e gli scienziati giurano che arriveremo almeno fino a 100. È da qui che scaturiscono gli eterni ritorni. A 20 o 30 anni ti sposi, a 50 divorzi, dai 50 ai 70 fai il coglione/la cogliona, o ti risposi, o hai molti/e amanti, o vai in crociera con gli amici, ma poi, quando sei veramente vecchio/a, e le giovani mogli di secondo letto (o anche mariti perché no?) non ti vogliono più, e gli/le amanti ti schifano, e gli amici non possono starti vicino come ti starebbe l’uomo o la donna amata, ecco che si ritorna al punto di partenza: la persona che abbiamo amato per prima (e se non prima, per seconda o per terza), con la quale abbiamo condiviso gli anni più freschi e brillanti, con la quale abbiamo concepito figli e sogni. Il tempo in amore, l’ho sempre detto, è estremamente relativo. E, se è vero amore, i ragazzi e le ragazze che siamo stati a 20 anni torneranno a darsi la mano a 80. Quindi tranquilli, il vero amore è per sempre. Buon San Valentino!

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Fenomenologia di Carlo Conti (o perché sei anti-conformista se vedi Sanremo)

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Nuovi (ma neanche tanto) conformismi: dire “Io Sanremo non lo vedo” (con sottotesto: “Perché io sono ganzo/a, voi dei poracci”). Vuol dire non avere ancora capito quello che aveva capito oltre mezzo secolo fa – e spiegato a noi meno intelligenti – Umberto Eco quando scrisse “Fenomenologia di Mike Bongiorno” in Diario Minimo, saggio di raro acume (e ironia) da leggere e rileggere, e cioè che ormai si è – si era perso già nel 1961, pensa un po’ – il confine tra cultura alta e cultura bassa. Che la cultura popolare – il pop – non è argomento meno degno di attenzione e studio di altri topic considerati “nobili”. Che quello che conta è il metodo di osservazione, non la cosa osservata, perciò analizzando Mike Bongiorno allora – e Carlo Conti o Gabriel Garko oggi – se ne può perfino ricavare un’analisi sociologica illuminante.

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Poi, se proprio non si è letto Eco, ma solo Marx o le istruzioni della lavatrice, va anche detto che, a guardare Sanremo, si stacca un po’ il cervello, ci si dedica a quisquilie e pinzillacchere, ci si dimentica per un attimo tutto il pesante e il drammatico che ci sta intorno, si ascolta musica e si canta, ci si distrae. E questo fa un gran bene, ogni tanto, anche e soprattutto alle persone che pensano troppo, cioè a quelle intelligenti.

(KIKA) VENEZIA, 28 AGO - Afef Jnifen Tronchetti Provera era tra le star della serata inaugurale della 65esima Mostra del cinema di Venezia. FV122©kikapress.com

Chi afferma sprezzante “Non vedo mai Sanremo“, parente di quello che giura “Non vedo mai la tv“, evidentemente pensa di essere “diverso” e dunque originale, invece è più gregge del gregge, perché l’esercizio del suo pensiero critico non va al di là della comfort zone allestita e recintata con filo spinato da lui e dal suo gruppo dei pari. E, a dirla tutto, essendoci 11 milioni di persone davanti ai teleschermi, non ci credo poi tanto a chi dice che non vede Sanremo: è come la Dc, che a parole faceva schifo a tutti, poi era la più votata.

Quindi signori, io vedo Sanremo e leggo Dostoevsky, mi piace Rocco Hunt ma anche Mozart, mangio a volte novelle cuisine a volte fast food. Secondo me è più divertente così.

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Gabriel Garko a Sanremo: comunque bello

(KIKA) VENEZIA, 28 AGO - Afef Jnifen Tronchetti Provera era tra le star della serata inaugurale della 65esima Mostra del cinema di Venezia.  FV122©kikapress.com

Ok, Gabriel Garko era bellissimo e si è stupidamente rifatto come una sciura qualsiasi, non capendo che sarebbe stato ultra-bellissimo con la pelle meno tesa, meno zigomi e i capelli sale e pepe. Ok, è gay, o magari bisex, insomma anda e rianda, diciamo uno che spazia in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Però, che vi devo dire, a me, guardandolo al Festival di Sanremo, sembra anche professionale, intelligente, umile al punto giusto. E, a parte tutto, la bellezza rifulge ancora. Come dicono gli uomini, io una bottarella gliela darei. Fermo restando che probabilmente lui non la darebbe a me. Ma chissà, è bello sognare.

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La verità, vi prego, sull’amore (che è soprattutto sacrificio)

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Sarei un po’ stufa della frase “Basta solo l’amore” snocciolata anche da presunti esperti che vendono la loro opinione a tg e giornali un tanto all’etto. Come se l’amore fosse questa cosa semplicissima, implicita in qualsiasi rapporto genitore-figlio ma in generale in qualsivoglia rapporto. Un amore pensato con superficialità puramente mediatica, in comoda confezione regalo. Ma amore non è sorridere tutti insieme nei selfie. Amore è un’alchimia complicata e significa (anche) accettazione dell’altro, capacità di compromesso, a volte sopportazione, pietas, empatia, capacità di perdono. Significa, alla fine, sacrificio. Una parola in disuso, spesso ignorata, a volte disprezzata, perché ormai tutto deve essere easy e smart.

Invece l’amore è soprattutto sacrificio, come insegna l’amore per i figli: sacrificare il proprio ego, le proprie ambizioni e aspirazioni, il proprio sonno, a volte la propria salute per un altro essere che comunque prima o poi si staccherà da noi e volerà da solo. Un sacrificio, intendiamoci, bellissimo, perché ti restituisce cento volte quello che hai dato. Ma sempre sacrificio. A volte, va ammesso, quasi insopportabile per noi abituati alla bambagia. Quindi alla liquidatoria risposta “Basta solo l’amore” sostituirei: “Basta solo essere disposti a sacrificarsi incondizionatamente per l’altro”. E poi vediamo chi vuole veramente i figli, propri o altrui, e chi è disposto ad occuparsene a queste condizioni.

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Stepchild adoption: cosa ne pensano i bambini che devono nascere?

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L’argomento è delicato e spinoso, a rischio ideologismi e tifoserie, due cose che detesto, ma va affrontato. Dunque: la legge Cirinnà propone  le unioni civili e la possibilità per un partner di adottare il figlio dell’altro.

In particolare il ddl Cirinnà propone che le convivenze tra persone dello stesso sesso siano disciplinate nel codice civile con diritti assai simili a quelli derivanti dal matrimonio. Inoltre estende alle unioni civili la cosiddetta stepchild adoption, ossia l’adozione del bambino che vive in una coppia dello stesso sesso, ma che è figlio biologico di uno solo dei due, prevista dall’articolo 44 della legge sulle adozioni. Nessuna modifica al testo sulla fecondazione assistita

La scorsa settimana sono scesi in piazza i manifestanti a favore della legge, questo fine settimana c’è stato il Family Day, un appuntamento annuale, che però quest’anno è stato incentrato sulle contestazioni alla legge.

Personalmente sulle unioni civili dei gay non ho niente da dire. Anzi: molto bene. Il nodo è, a mio parere, la stepchild adotion.

Innanzitutto i dati. Quante sono le coppie omosessuali in Italia e quanti figli hanno? Secondo un censimento Istat del 2014 le coppie formate da persone dello stesso sesso che convivono sono 7.513, di cui 529 con figli. Così poche? Cioè, stiamo facendo tutto questo casino per – al massimo – qualche migliaio di figli di coppie omosex su circa 62 milioni di cittadini italiani? Lo stesso Istat, va detto, ha ammesso che la cifra stimata dall’istituto potrebbe essere al ribasso. “Cifre che confermano la difficoltà delle coppie gay a dichiararsi”, ha affermato Linda Sabbadini, direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali ed ambientali. Sempre l’Istat, tuttavia, in una ricerca sulla popolazione omosessuale in Italia elaborata nel 2011 e diffusa nel 2012 ha detto che circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale, più tra gli uomini, i giovani e nell’Italia centrale. Altri due milioni circa hanno dichiarato di aver sperimentato nella propria vita l’innamoramento o i rapporti sessuali o l’attrazione sessuale per persone dello stesso sesso. È evidente che c’è una disparità enorme tra quel milione di omosessuali e bisessuali, i circa 7500 conviventi omosex e le 529 famiglie omosex con figli.

I dati non aiutano. L’unico appello che si può fare in questo caso è che l’Istat o qualsiasi altro istituto statistico serio forniscano cifre reali e accreditate sul fenomeno.

Torniamo quindi al nodo della stepchild adotion. Il movimento LGBT (acronimo per lesbiche, gay, bisex e transgender che a mio parere è quanto di più impronunciabile e quindi meno comunicativo esista) si batte a gran voce per questa modalità di adozione. Significa, per dire, che la compagna di una donna che ha figli da una precedente relazione con un uomo potrà adottare quei figli? In teoria sì. In pratica sembra altamente improbabile: perché quei figli nella stragrande maggioranza dei casi avranno già un padre legittimo, a meno che non sia morto o non abbia riconosciuto la prole, e perché adottare il figlio del partner è un atto rarissimo anche tra coppie eterosessuali. Conosciamo tutti divorziati e risposati con figli di primo letto, ma in quanti casi abbiamo visto il nuovo partner adottare la prole dell’altro? Io, personalmente, mai. È un gesto spesso – come detto – impossibile, e comunque di tale responsabilità materiale e morale che è evidentemente molto poco frequente. È chiaro che la stepchild adotion è voluta dalle coppie omosessuali per poter avere un figlio “proprio” in provetta: uno dei due “ha” il figlio (se donna attraverso la fecondazione assistita eterologa, se uomo attraverso l’utero in affitto), l’altro lo adotta. Ed ecco la nuova famiglia.

La battaglia qui si accende. “In una famiglia conta solo l’amore” affermano gay e lesbiche. Di solito affermazioni corredate da foto di coppie omosessuali super-sorridenti con figli estremamente soddisfatti. Di solito rafforzate da attacchi di ogni genere contro le famiglie “tradizionali”, presunto covo di tutti i mali. Di solito corroborate da attacchi contro la Chiesa e i religiosi che si pronunciano sul tema perché considerati non sufficientemente esperti della materia, quando non accusati di essere tutti pedofili o comunque retrivi.

Intanto, va detto, è giustissimo pensare che, per fare una famiglia felice, ci voglia sempre e soltanto tanto amore. Concetto peraltro molto ampio, quello di amore. Ma cosa ci (vi) porta a pensare che in una famiglia omosex ci sia o ci sarà più amore che in una famiglia eterosessuale? Sempre famiglie sono. Quindi potremmo avere gay tremendi che alleveranno figli problematici o devastati così come gay che saranno padri modello. O anche, più probabilmente, omosessuali che cercheranno di cavarsela nel duro – durissimo – mestiere di genitori né più né meno di tanti altri eterosessuali. Quindi, questa presunta “felicità” dei genitori omosex è la solita balla mediatica, che però viene raccontata, diffusa e cavalcata a scopi politici e ideologici. Sia chiaro: non faccio parte delle tifoserie politiche, non mi interessa cavalcare la battaglia da sinistra o, meno che mai, da destra. Mi limito a osservare e, per quel che posso, a pensare.

Non è solo lo sfoggio di questa presunta “felicità” che non mi convince. Il vero nodo della questione l’ha riassunto il capo della Cei: “I figli non sono un diritto”. Proprio così: i figli sono un dono, una meravigliosa avventura, una fatica, a volte una gran rottura, sempre sono indispensabili e unici per chi li ama, ma tutto sono fuorché un diritto. E non sono nemmeno una merce, qualcosa che si deve avere perché sennò, appunto, si è infelici, o non si è uguali agli altri.

Qui però nessuno li interpella, questi futuri figli. Perché non possono essere interpellati, naturalmente, in quanto non ancora nati. Ma proviamo a instaurare un dialogo immaginario con questi non nati: cosa ci chiederebbero, cosa vorrebbero, cosa preferirebbero? I figli adottati, si sa, arrivati alle soglie dell’adolescenza o della prima giovinezza, quando ci si comincia a confrontare con le proprie radici e il proprio Io, entrano in una fase delicatissima che a volte non terminerà più: cominciano a domandarsi perché i genitori li hanno abbandonati, e come erano i loro genitori naturali, e come sarebbe stata la loro vita con loro ecc. ecc.

Cosa potranno mai chiedersi questi figli di provette e uteri in affitto? Quando si guarderanno allo specchio si domanderanno: perché ho i capelli di questo colore, perché la mia pelle è più chiara (o più scura) degli altri, perché questo naso o queste gambe? E ancora: perché ho queste malattie, perché parlo così, perché penso così? E poi arriveranno i pensieri più dolorosi: perché un uomo che non conosco e non conoscerò mai ha donato un po’ del suo sperma per crearmi e poi fregarsene per sempre? Perché una donna che non vedrò mai ha gentilmente concesso il suo ovulo dietro opportuno compenso?

Se prima di nascere mi avessero chiesto: “Vuoi nascere da un uomo e una donna che fanno l’amore o da due omosessuali che usano sperma, ovuli e provette?” cosa avrei potuto rispondere? La (pronta) risposta del movimento LGBT è: “Ma meglio così che da due genitori eterosessuali cattivi, e magari ladri e assassini”. Grazie tante. Ma 1) Meglio comunque da due eterosessuali brave persone 2) Chi mi garantisce che gli omosessuali, in quanto tali, siano “migliori”? Saranno – sono – bravi o stronzi in egual misura agli eterosessuali.

Ma i bambini non nati nessuno li interpella, nessuno li potrà mai interpellare. È una società occidentale invecchiata e adulto-centrica, dove i figli o non vengono generati (magari efficacemente sostituiti dai gatti o altri pets) perché considerati intralci sulla strada di un’edonistica autoreferenzialità oppure vengono reclamati a gran voce per poi ostentarne la proprietà.

Poveri figli. Io sto con loro.

 

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Piccole donne scelgono

“Sono un’attrice/Stammi a guardare non ti stancare./Dammi un aggancio/Una trama qualunque e ti faccio vedere./Mille sorrisi, tutti diversi/E tu scegline uno…” (Spaccami il cuore, Paolo Conte)

Arriva il momento in cui tutti si chiedono: “Cosa sarebbe successo se…”? Il filosofo danese Søren Kierkegaard  ( (1813-1855) ricordava la cruciale necessità di scegliere tra due opposti in qualsiasi momento della nostra esistenza: aut-aut. La vita è una scelta. Su questo stesso tema il film Sliding Doors (1998): Helen, giovane donna che lavora nelle pubbliche relazioni ed è fidanzata con Gerry, dopo essere stata bruscamente licenziata corre a prendere la metropolitana. In quel momento la sua vita si divide in due dimensioni parallele: la Helen che prende la metro, arriva a casa prima del previsto e coglie in flagrante il fidanzato a letto con un’altra, per poi lasciarlo e ricominciare daccapo. E la Helen che perde la metro, arriva tardi e continua a vivere nell’inganno che gli sta tendendo il suo uomo.

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È il caso che sceglie per Helen. Ma quante volte, e in quale misura, siamo noi a rispondere al caso con un sì o con no? I nostri aut-aut siamo noi?

Poi c’è un altro problema: quando diciamo il fatidico sì (o l’inesorabile no) alla domanda che in quel momento ci pone il destino, in quale percentuale ne siamo veramente convinti? Posto che in ognuno di noi ci siano diverse anime, quale di queste prevale nella decisione – e perché?

Quante domande, e tutte complicatissime. Da soli non ci si fa. Poi a un certo punto ho incontrato le mie ragazze. E pian piano ho imparato a conoscerle. Jo è nata dalla testa del padre, come Minerva. La sua vera ricchezza è la curiosità intellettuale. Le piace viaggiare – viaggiare per terra, per mare, in cielo e nei cieli della mente. Le piace esplorare. Si emoziona alle parole cambiamento, rinascita, innovazione.

Amanda è l’Eros, inteso come approccio epicureo alla vita. Le piace piacere, le piace staccare la mente, ascoltare il corpo e i corpi, ma anche sorridere, ridere, scherzare, fare shopping, fare gossip con le amiche e guardare trasmissioni trash. È una femmina nata dalle acque. Ma non crede ai luoghi comuni sul sesso e sull’amore: si rende conto che le cose stanno cambiando anche in questo campo, o forse sono sempre le stesse, ma ne cambia la lettura.

Margherita, se fosse nata negli anni Venti, sarebbe stata una suffragetta. Vuole cambiare il mondo, anche se sa perfettamente che il mondo non si cambia. Ma lei lotta, si intigna e crede comunque che qualcosina nel proprio piccolo si possa modificare. Una goccia nel mare? Lei è piuttosto una goccia nella terra arida: poco, pochissimo, ma dovrebbe servire.  Soprattutto se si aggiungono altre gocce.

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Dopo averle incontrate, mi sono chiesta se Jo, Amanda e Margherita non mi potessero aiutare a capire come muovermi nel mondo, ognuna col suo punto di vista. Di più: mi sono chiesta se ognuna di loro non fosse la conseguenza di una mia scelta. Per esempio, quella volta che avevo l’occasione di partire per gli Usa con una borsa di studio, e non l’ho fatto, l’ha fatto Jo al posto mio. O quella volta che potevo volare in Brasile da un amico e ho avuto paura dell’aereo: c’è andata Amanda, che è ancora lì a prendere il sole sulla spiaggia di Rio. O quella volta che dovevo restare in Africa ad aiutare un missionario in un orfanotrofio e non ho proprio avuto il coraggio: Margherita, beata lei, ce l’ha. Quindi sono più che amiche. Sono parti di me, quello che a volte sono, quello che avrei potuto essere.

Ognuna però ha le sue fisse. E io le lascio parlare. Vediamo cosa succede.

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Chi sono io per giudicare

“Nada te turbe, Nada te espante, Todo se pasa, Dios no se muda”

Nelle mie peripezie per cercare casa mi sono imbattuta in una persona molto diversa da me (capita, quando si cercano case, come capita nei vagoni dei treni di seconda classe o capitava, una volta, quando si faceva il militare): una giovane donna piena di tatuaggi e orecchini, lo sguardo chiaro ma fragile, parole e idee molto confuse. “Cosa ci faccio io qui?” mi domandavo, mentre quella mi portava a vedere un appartamento. Tutto di lei raccontava di una vita fatta di tossicodipendenze, centri sociali, disoccupazione o sottooccupazione, velleità, fallimenti. Una vita così diversa dalla mia. Non potevo che disapprovare, come disapproverei se vedessi i miei figli fare quella fine, da borghese quale inesorabilmente sono.

Poi è successa una cosa: sotto casa lei ha incontrato un vicino, un uomo di mezza età, dimesso, che portava quella che doveva essere la madre su una sorta di carrozzina-barella. La madre era completamente immobilizzata, non so se ancora in grado di ragionare o meno. Lei, la giovane, si è messa a parlare amichevolmente con quest’uomo, che sembrava davvero contento di scambiare qualche parola, e poi si è avvicinata alla donna immobilizzata e l’ha delicamente baciata sulla fronte. Un gesto che, devo ammetterlo, io non sarei stata capace di fare. Mi ha ricordato Papa Francesco, quando si avvicina ai disabili e li bacia. E mi sono tornate in mente sempre le parole di Francesco: “Chi sono io per giudicare”. Ora io credo che se esiste un aldilà, e se lì c’è un paradiso, questa giovane donna ci andrà di diritto, anche solo per quel bacio.

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Io non farò lo stesso lavoro per più di due anni

“If I can make it there, I’ll make it anywhere” (New York New York, Frank Sinatra)

In “House of Cards” la giornalista amante del Congressman sceglie di lavorare per una testata online, Slugline, definita “the new Politico“. La boss è una donna giovane e molto bella. Succede questo:
1) Lo spazio di lavoro è un open space, la gente scrive da pc sui divani, sui tavoli o mentre è fuori, da smartphone
2) La boss dice alla ragazza: “Non devi mandarmi le cose prima di postarle. L’obiettivo qui è postare cose così velocemente che io non riesca a leggerle prima. Se sei soddisfatta del tuo articolo pubblicalo”.
3) La boss, al bar con la ragazza, le dice: “Fra due anni tutto può cambiare”. Lei: “Vuoi dirmi che tra due anni non avrò più lavoro?”. La boss: “Perché, pensi di volere lo stesso lavoro per più di due anni?”.
Resta il fatto che la giornalista ha le notizie perché gliele passa l’amante Congressman.

house of cards

Quello che voglio dire: l’innovazione sta cambiando, e in alcuni casi spazzando letteralmente via, molti settori di mercato. Ma attenzione a non lasciarsi sparare in faccia i flash del “nuovo che avanza” e del “nuovo tutto bello“. L’Illuminismo è stato quello che è stato. Il Futurismo, con la sua esaltazione del “trionfante progresso delle scienze”, hai visto che fine ci ha fatto fare. Nell’Avvenire a volte c’è il sole a volte no. Valutiamo senza pregiudizi e senza troppe resistenze, ma cum grano salis. In questo aiuta avere memoria (cosa che Internet, purtroppo, non ha, coinvolgendoci nel flusso di un eterno presente), quindi essere vecchi, ma anche ottimisti di base (sennò si prende la strada inversa e si pensa che il nuovo sia tutto brutto) e fondamentalmente liberi di testa.

Io – anche per carattere – amo il nuovo e il cambiamento, ma so che lo si affronta anche e soprattutto con l’esperienza, che non è né vecchia né nuova, ma è quello che abbiamo imparato vivendo.

 

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Io sono un’anarchica

“Olha que coisa mais linda/Mais cheia de graça/É ela menina/Que vem e que passa/Num doce balanço/A caminho do mar” (Garota de Ipanema, Vinicius de Moraes)

Non è vero che io sono tante donne. Basta scavare sotto strati geologici fatti di Super-Io, pregiudizi e presunzioni, dover-essere e dover-fare, estraniamenti, alienazioni, metamorfosi causate dall’adattamento all’ambiente, e alla fine salta fuori la vera me stessa. Scavando scavando si trova quello che veramente sono, o meglio, che vorrei essere, ma già in questo “vorrei” c’è tutto, perché il desiderio ci mette un attimo a diventare realtà, basta che sia autentico.

Io sono una ragazza in bikini che balla bossa nova sulla spiaggia di Rio de Janeiro.

E allora guardiamoci dentro, e guardiamoci veramente in faccia, e ammettiamo l’inammissibile: a me, del lavoro che avevo, non me ne fregava niente.
“Si riesce benissimo a fare quello che si vuole nella vita” mi disse una volta l’uomo più importante della mia vita. Approvo in pieno. Io non volevo più lavorare, almeno non lì e non in quel modo. E ci sono riuscita. Inutile che adesso spalanchi gli occhioni con stupore misto a indignazione, mi stracci le vesti e gridi allo scandalo. È tutta fuffa. È l’ennesimo auto-inganno, pratica in cui tutti noi – credo- siamo piuttosto abili.

Il lavoro da cui mi hanno licenziata è un lavoro che avevo scelto a casaccio, perché costretta dagli eventi a riparare in una città più piccola scappando da una città più grande dove li sì che avevo un’occupazione che amavo. Ma siamo sicuri che anche questo sia vero? Erano anni che mi consumavo dentro una redazione, producendo chili e chili di parole ogni giorno, litigando ogni giorno con colleghi isterici, prepotenti e invidiosi, raccontando ogni giorno un’umanità dolente e calpestata e intristendomi con essa. Ero sempre malata – malattie vere o psicosomatiche non importa, sempre malattie sono – stanca, depressa, frustrata, avvilita. Non ne potevo più.
La ragazza in bikini che balla bossa nova sulla spiaggia di Rio de Janeiro è delicata. Ha bisogno di sole, mare, allegria intorno. Non può rinchiudersi in un ufficio con le sbarre alle finestre o in un bugigattolo dove i cervellini delle persone sono commisurati all’ambiente, cioè piccoli piccoli. Se lo fa si ammala. La ragazza ha bisogno di grandi spazi, aria salata nelle narici e vento nei capelli, e del Corcovado che si veda sullo sfondo.

Capirlo, finalmente, mi ha liberata.

Sì, lo so, a tutti piacerebbe starsene a farsi baciare dal sole invece che in qualche fetido ufficio a guadagnarsi la pagnotta. E la pagnotta, in qualche modo, me la dovrò guadagnare anch’io. Ma non a forza di infelicità, come è stato finora.
Capire chi siamo, ri-conoscersi, accettarsi: questo è il primo passo.

Io, innanzitutto, sono una donna libera, anzi direi anarchica. In pratica ho sempre cercato di fare quel che cazzo mi pareva. Ho voluto una vita spericolata e piena di guai e direi che l’ho avuta. Ho voluto uomini e li ho avuti. Bello, ma faticoso e pericoloso. Per essere libera e anarchica devi avere montagne di coraggio e incoscienza, essere pronta a cadere in qualsiasi momento, e a rialzarti naturalmente. La libertà è una delle merci più care che ci siano in giro. Ma, insomma, sono così. Inutile raccontarmi – e raccontare – balle. E allora, nel giornalismo, sono e sarò sempre una free-lance. Libera. Si guadagna poco, pochissimo. Ma la ragazza sulla spiaggia di Rio ha bisogno di molto poco: giusto il suo bikini e un po’ di musica per ballare e cantare.
Io sono felice quando arriva la primavera, e verso la fine della mattina il sole invade le stanze, e sono in una casa tutta mia, senza rotture di palle di nessun genere, magari con accanto un bel ragazzo con cui fare l’amore.
Tutto il resto – la mia presunta intelligenza, la mia altrettanto presunta cultura, i travestimenti da brava ragazza devota o pasionaria impegnata per i diritti umani – sono i miei vestiti di Carnevale. Non sono intelligente, sennò a quest’ora sarei sposata con un uomo ricco e bello, avrei tanti bambini belli, avrei scritto due o tre best-seller e dirigerei il Corriere della Sera. Non sono colta: mi piace leggere, ok, ma so di non sapere, tutto qua. Sono una brava ragazza, ma non nel senso chiesastico e bacchettone che qualcuno potrebbe intendere.

Insomma, non sono niente di che.

Lasciatemi dunque ballare, su questa spiaggia, lasciatemi cantare le canzoni del mio adorato Vinicius, lasciate che gli altri ammirino il mio corpo e i miei capelli, lasciate che a nessuno importi niente se conosco Proust o denuncio gli abusi dei diritti umani in Cina. Lasciatemi ritrovare la mia leggerezza.

Lasciatemi libera.

garota

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