Grillo e la libertà di stampa, perché il 77esimo posto dell’Italia è una bufala

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Il 3 gennaio 2017 Beppe Grillo, comico, fondatore e leader del Movimento 5 Stelle, ha proposto “una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media“.   Un comitato, ha spiegato sul suo blog, di “cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali ed i servizi dei telegiornali”.

“Se una notizia viene dichiarata falsa – ha proseguito – il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa“.

Premessa: trovo la proposta di Grillo totalmente delirante per i seguenti motivibeppe-grillo

  • Il fantomatico comitato di cittadini “scelti a sorte” si chiamano, eventualmente, lettori.
  • Non siamo in un film americano degli anni Sessanta dove c’è il processo con la giuria popolare, gli avvocati brillanti e gasatissimi e la maestosa arringa finale.
  • Grillo, Casaleggio e i suoi sono tra i primi fabbricatori di bufale, dalle scie chimiche ai vaccini pericolosi per la salute senza dimenticare il delirante video di Casaleggio Senior sulla terza guerra mondiale e il pianeta Gaia che rinascerà nel 2054 (io l’ho visto, vedetelo anche voi qui!).

Ma, al di là di tutto, questa storia che l‘Italia sarebbe 77esima nella classifica della libertà di stampa è la vera bufala. E, va detto per onestà intellettuale, Beppe Grillo non è il primo né il solo a tirarla fuori. Viene ripescata dal cilindro dai più svariati schieramenti politico-sociali a ogni buona occasione e spesso con finalità pretestuose. Ma, a mio parere, è una gran minchiata. E spiego perché.

In Italia abbiamo testate di destra, centro, sinistra, centro-destra, centro-sinistra, sinistra estrema, destra estrema, palla al centro, mediano e centroavanti. Abbiamo tv, radio, testate online, testate cartacee, blog, social network dove tutti si sentono liberi di dire tutto. Diamo voce a ladri e assassini, santi ed eremiti, principi e maggiordomi, scienziati e invasati. Diamo persino voce a Grillo, Gasparri e Salvini. Siamo liberi, liberissimi così come siamo umani, troppo umani.

Allora come si fa a pensare che nella classifica annuale di Reporter senza Frontiere l’Italia venga dopo Costarica, Uruguay e Burkina Faso? Vi sembra minimamente credibile?

I primi 10 posti sono plausibili, con i Paesi nordici in testa, anche se al decimo posto fa capolino una sorprendente Giamaica.

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Ma l’assurdità è la nostra collocazione: veniamo dopo Lesotho, Armenia, Nicaragua e Moldova

In generale, in questa classifica, la Malesia è al 14esimo posto, la Repubblica Ceca al 29esimo, la Tailandia al 30esimo, il Kazakhstan al 34esimo. E noi italiani siamo dunque, secondo RSF, meno liberi di Malesia, Tailanda, Nicaragua e degli altri già citati. (vedi terzo riquadro a destra)

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A questo punto ci si chiede come è stata elaborata questa classifica. Qui RSF spiega con dovizia di particolari la metodologia.

Innanzitutto è stato proposto un questionario con una ottantina di domande a  “des professionnels des médias, des juristes, des sociologues” selezionati in ciascuno dei 180 Paesi presi in esame. È proprio questo il punto: come sono state selezionate queste persone in Italia? Chi sono? Vorrei la lista completa dei nomi. Così vediamo se e quanto sono rappresentativi della popolazione e se le loro opinioni possono essere considerate valide e condivisibili. Non è per caso che, in un Paese dove governa una giunta militare come la Thailandia, gli “esperti” intervistati hanno preferito lodare la grande libertà di stampa della loro nazione piuttosto che esprimere qualche critica?

A questa analisi qualitativa, scrive RSF, se ne aggiunge un’altra quantitiva: le violenze commesse contro i giornalisti nel periodo preso in considerazione.

Scrive l’organizzazione descrivendo la situazione nella stampa nel nostro Paese: “A maggio 2015, il quotidiano La Repubblica ha riferito che tra i 30 ei 50 giornalisti si trovano sotto la protezione della polizia perché minacciati. Il livello di violenza contro i giornalisti (comprese le minacce di morte e le intimidazioni verbali e fisiche) è allarmante. I giornalisti che indagano la corruzione e la criminalità organizzata sono quelli che vengono maggiormente presi di mira”. Reporters Sans Frontières cita ad esempio quanto accaduto in Vaticano con gli scandali Vatileaks e Vatileaks 2. Vicende, spiega il sito, che ha visto due giornalisti rischiare “fino a otto anni di carcere” per aver scritto libri “sulla corruzione e sugli intrighi all’interno della Santa Sede”.

Ok, allora siamo 77esimi perché da noi si minacciano più giornalisti che in Kazakhstan, Paese guidato da una dittatura monopartitica.  Ma non sarà, anche in questo caso, che da noi le minacce e le aggressioni si denunciano apertamente – quindi liberamente – e in Kazakhstan nessuno dice niente perché ha paura di ulteriori minacce (se non di perdere la vita)? Su Vatileaks il discorso sarebbe lungo e complicato (almeno per come la penso io), ma possiamo solo dire che il caso si è concluso serenamente.

Insomma, la verità è che le classifiche – questa come altre – sono spesso fatte male. Anche le più “prestigiose”. E non lo dico io, né tantomeno qualche intontito dipendente della Casaleggio & Associati, ma The European House Ambrosetti, gruppo professionale fondato nel 1965 che è un think tank, ma anche società di consulenza e che ha progressivamente sviluppato numerose attività in Italia, in Europa e nel mondo. Il gruppo ha pubblicato a ottobre 2016 una ricerca sul livello di attrattività degli investimenti in Italia. (Qui è possibile scaricare la ricerca completa intitolata Tech Insights 2016 UV Day –  Global Attractivness Index-The true measure of a Country’s attractiveness). Ricerca che prende in considerazione classifiche internazionali di vario tipo, non solo questa di RSF.

“Nelle classifiche internazionali o europee – dice Valerio De Molli, Ceo di  The European House Ambrosetti – risultiamo spesso in fondo alla lista per livello di competitività, attrattività e facilità di fare business, ma non è così: in queste indagini vengono compiute delle distorsioni. Molte sono basate su ricerche qualitative e non su fatti, alcune introducono elementi oggettivi di valutazione, altre sono deboli o autoreferenziali”.

Per ulteriori dettagli: Perché l’Italia è più attrattiva di quello che dicono le classifiche sull’Italia

La verità è che quello che manca all’Italia non sono “giurie popolari di gente estratta a caso“, ma capacità di analisi critica della realtà. E chi non ce l’ha, proprio come don Abbondio, non se la può dare.

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