Per raccontare l’America balbuziente di Trump ci vorrebbe Philip Roth

manhattanAnch’io un tempo pensavo che l’America fosse la felicità. Non so esattamente perché lo pensavo, ma mi sembrava che lo pensassero un po’ tutti. Forse avevamo visto troppi film di Woody Allen e credevamo davvero che New York fosse meravigliosa. È incredibile quanto i mass media – un tempo si sarebbe detto la propaganda – riescano a obnubilare le menti oltre ogni evidenza. “Venezia è un sogno”, “Roma la città eterna”…Le visiti, le vedi, le vivi eppure non le vedi subito per come veramente sono, anzi  a volte non riesci proprio a coglierne la verità, se non dopo molto tempo: hai davanti l’evidenza e la neghi. L’evidenza è che Venezia è umida e invivibile e che Roma è sporca e caotica. Per non parlare di chi per anni ha creduto che l’Unione sovietica fosse il paradiso in terra nonostante avesse davanti agli occhi il frutto bacato di un’ideologia evidentemente fallimentare.

La propaganda è così potente da renderci ciechi. Anzi no, peggio: stiamo guardando l’abisso e ci fa credere di vedere la cartolina.

L’America ce l’hanno sempre raccontata bella e vincente, ma non è così. È un paese malato, che sta per eleggere un pazzo pericoloso come presidente. Come è potuto accadere? Sbagliavamo noi a crederla l’Eldorado o è lei che è cambiata?

rothPhilip Roth dovrebbe tornare a raccontarci l’America di oggi, così come ha raccontato quella di ieri e dell’altro ieri in “Pastorale Americana“. Scritto nel 1997, il romanzo narra la vita di Seymour Levov, detto The Swede, lo svedese, per quanto è biondo e bello. The Swede è anche un campione sportivo ed è figlio di un ricco imprenditore. Ha vissuto la giovinezza negli anni del dopoguerra e del boom economico: in pratica è la rappresentazione del boom economico. Naturalmente The Swede sposa una giovane donna bella e amabile quanto lui, Dawn, ex Miss New Jersey. Da lei ha una figlia. La famiglia vive negli agi e in uno stato di apparente – ma anche, per un certo periodo di tempo, reale – felicità. Ma a poco a poco di apre una crepa in questo scenario idilliaco.

Merry, la figlia, è balbuziente. Non si sa perché: la sua esistenza è tranquilla e appagante, i genitori sono brave persone che la amano, il Paese è fiero e tranquillo. Merry ha
tutto, eppure balbetta. Un primo, inquietante campanello d’allarme. Ma è nella adolescenza che la crepa si allarga fino a diventare un baratro. Merry è sempre più rivoluzionaria e ribelle, frequenta cattive compagnie, manifesta contro la guerra in Vietnam. Poi, a un certo punto, piazza una bomba nell’ufficio postale del paesino in cui vive: ucciderà delle persone. La figlia dell’America perfetta è un’assassina. La famiglia, naturalmente, va in pezzi. Non subito, a poco a poco. La moglie di The Swede si rifugia nella chirurgia plastica e poi in nuovo matrimonio. Lui continua disperatamente a cercare la figlia che nel frattempo si è data alla clandestinità. E purtroppo la trova: è irriconoscibile. PastoralBar640Alloggia in una stanzetta squallida, nascosta al mondo, è sporca, sola,  è stata vittima di  abusi e violenze, ha sulle spalle altri omicidi politici e nel frattempo è diventata giansenista, un credo che la porta a non mangiare né lavarsi per non fare del male ad altri esseri viventi. Sembra finalmente serena, non balbetta più. È sulla soglia della morte.

È l’America che si suicida.

Roth ha raccontato la fine del sogno americano, accoltellato dalla guerra in Vietnam, ma anche dalla fine del boom economico, dall’insorgere dei conflitti razziali e sociali, dal disvelarsi di una cruda realtà molto più complicata di qualsiasi sogno.

Eppure abbiamo continuato a credere che fosse il Paese più straordinario: abbiamo creduto nella Silicon Valley e negli Steve Jobs che a 20 anni diventavano miliardari, senza vedere le decine di migliaia di barboni assiepati nel centro di San Francisco. Abbiamo creduto nel primo presidente nero, senza vedere le centinaia di migliaia di neri poveri e disagiati che nei ghetti preparano la rivolta contro la polizia. Abbiamo creduto che ci fosse lavoro per tutti, senza vedere i biechi trucchi della finanza creativa che hanno portato alla crisi economica internazionale e alla perdita di milioni di posti di lavoro. Abbiamo creduto che fosse la terra delle libertà, senza vedere i messicani respinti alle frontiere. Abbiamo creduto che fosse la terra della democrazia, senza vedere che alla fine comandano sempre le stesse famiglie, i Bush o i Clinton (speriamo i Clinton). Abbiamo creduto che fosse la terra dell’efficienza, senza vedere che quell’efficienza ha un prezzo altissimo (anche concretamente: in ospedale ti curano bene – forse – ma ti svuotano il portafoglio, nelle università insegnano bene – forse – ma devi fare un mutuo per iscriverti). Abbiamo creduto in un futuro presidente donna. Continuiamo a crederci, ma chissà.

Una Merry balbuziente e disadattata c’è in qualsiasi famiglia, anche nelle migliori. E può provocare grandi danni.

 

 

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Elezioni Usa: perché Donald Trump ha ragione (e l’America ha torto)

sogno
Ha ragione Donald Trump: il New York Times non ha trovato nulla. O meglio ha fotografato l’atteggiamento di una tipologia di maschio al quale in Italia siamo abituati: quello che ci prova sempre e comunque, con atteggiamento tra il viscido e l’arrogante, forte dei suoi soldi e del suo potere, e perciò convinto che le donne, e tra loro le più giovani e belle, cadano immediatamente ai suoi piedi (e, di fatto, molte cadono, perché ci sono donne disposte a farlo, inutile negarlo).
Non so se gli elettori Usa siano ancora così puritani da condannare moralmente una persona che si comporta in questo modo: non credo. O meglio: se emergesse una concreta accusa di abuso sessuale forse sì, forse un po’ di elettori repubblicani potrebbero abbandonarlo. Ma qui mi sembrano tutte chiacchiere: lui che promuove i concorsi di bellezza per stare in mezzo alle belle donne (maddai?!), lui che provoca e seduce, lui che vede una per strada e la bacia (quasi romantico, no?)…No, non è questa la strada per sbarazzarsene. La verità è che la dissennata candidatura di Donald Trump – perché a nostro parere è dissennata- ha le sue radici dell’inarrestabile decadenza degli Stati Uniti come prima potenza mondiale. Il sogno americano sta franando e gli americani non stanno trovando niente di meglio per fermare la catastrofe che far ricorso a questo individuo populista, razzista, smargiasso e – riteniamo – politicamente pericoloso.
I sintomi della decadenza c’erano da tempo: non li abbiamo voluti vedere, ma c’erano. Un Paese quasi senza welfare, dove il divario tra ricchi e poveri si sta sempre più allargando. Un tifoso di Trump mi scriveva che “prima versava mille dollari al mese per l’assicurazione sanitaria, con Obama ne versa 2000”. Fermo restando che non conosco i dettagli della situazione, a stupirmi sono quei 1000 dollari al mese versati per anni per comprarsi l’assistenza sanitaria.
Quale Paese può pensare di sopravvivere se i suoi cittadini sono terrorizzati dall’idea di prendersi un’influenza oppure finiscono per strada perché hanno una grave malattia? Un amico americano faceva tutti i giorni ossessivamente jogging: aveva il terrore di ammalarsi, doveva restare in forma. Come si può campare con l’ossessione del fitness? E come si può scampare alla sfiga (un incidente, un caso, un gruppo di cellule che improvvisamente impazzisce nonostante anni di jogging?).
Vogliamo parlare dell’istruzione? Sappiamo quanto è carente quella pubblica, sappiamo che gli americani fanno gaffe mostruose in geografia (e non sono brillanti nemmeno in altre materie), sappiamo che tanti bambini non sono seguiti in modo adeguato alla scuola primaria e secondaria. Conosciamo anche come funziona la storia del college. Se non vai al college sei fuori: un paria, un fuoricasta, uno destinato per il resto della vita a servire panini al McDonald ( a meno che tu non sia un genio alla Steve Jobs, cosa ahimé piuttosto rara). Ma per andare al college – un buon college, si intende – serve una quantità mostruosa di soldi. Una giovane americana mi raccontava che la laurea le era costata qualcosa come 140mila euro e che i suoi genitori si erano indebitati. In altri casi sono gli stessi studenti a contrarre mutui di quella entità, così appena iniziano a lavorare (se trovano subito lavoro, ormai non è più così scontato) hanno davanti a sé 20 o 30 anni di un mutuo da pagare. Partono, a 22 o 23 anni, con un debito sulle spalle. Più quello che eventualmente contrarranno in seguito per comprarsi una casa.
Insomma: gli Usa non credono nella sanità pubblica e nella scuola pubblica. Eppure sono schiacciati da un enorme debito pubblico. La Cina, furbetta (o no?), si è persino comprata buona parte di quel debito pubblico.
Qualcosa non funziona, giusto? Nel privato, in compenso, tutto fila liscio. Ma davvero tutto fila liscio? Vi sembra normale essere licenziati in un microsecondo? Basta che il capo dica: “Vattene, non lavori più qui” e tu non lavori più lì. Una delle poche eccezioni è: non si può licenziare una donna incinta. Grazie, troppo buoni. Dice: però uno ritrova subito lavoro, e poi il tasso di disoccupazione è bassissimo. Io penso che sia così basso perché in effetti un lavoro poi uno lo ritrova, ma magari in un fast food o in un centro commerciale. E le professioni più qualificate?
Insomma, il gigante sta perdendo pezzi, e da tempo. Con l’affermarsi delle potenzialità dell’Unione europea e della Cina, ma anche di alcuni Paesi emergenti come India e Russia, gli Stati Uniti sono molto meno influenti.
Non mi sembra strano, dunque, che molti americani si aggrappino all’idea di “uomo forte” che trapela dal ciuffo e dalle smorfie di Donald Trump. Ci siamo cascati anche noi italiani per un certo periodo, affascinati dalla mascella volitiva e dal maschio atteggiamento di un dittatore. Ovviamente speriamo che l’America, chiamata a decidere, punti invece sulla donna forte, intesa come colma di forza d’animo e capacità politiche (anche se noi avremmo preferito un candidato come Joe Biden, perché ci stanno istintivamente antipatiche le dinastie politiche). Ma forse si meritano Trump. Speriamo di no.

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