Il Movimento 5 Stelle? È malato di iper-democrazia

 

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Mi sembra che il Movimento 5 Stelle soffra di iper-democrazia. L’iper-democrazia sta alla democrazia come il surrealismo sta al realismo. Dal momento che, per i 5 Stelle, “uno vale uno” chiunque ha diritto di dire la sua (e ci mancherebbe) ma soprattutto ognuno ha lo stesso diritto di comandare dell’altro. Nei partiti “figli” della democrazia rappresentativa questo non è pensabile: si sceglie un leader (con le primarie, o nei congressi, o in modo informale) e ci si fa guidare dal leader. Magari contestandolo, attaccandolo, financo ostacolandolo, come, per dire, fa la minoranza dem con Renzi. Ma il capo è lui: al limite lo si può far cadere, ma non lo si sostituisce mentre è in sella.

In passato era così. La Dc se la cavava con le correnti, essendo un partito vasto e portatore di molteplici istanze. Il Pc era per sua natura dirigista (ora, come si vede, molto meno). Ma i partiti hanno sempre dato mandato ai propri leader di governare sulla base di ideali, valori e strategie condivisi. I 5 Stelle non hanno, mi pare, una base comune di valori e strategie. Gridano “onestà”, tifano per l’acqua pubblica ma, a parte una serie di progetti e progettini intorno ai quali si riconoscono, non possiedono un vero, completo, organico pensiero condiviso, una Weltanschauung per dire la parolona. D’altra parte il movimento nasce proprio dal presupposto che uno valga uno, che chiunque possa pronunciarsi sulla qualunque, che l’uomo della strada sia in grado di fare politica come – e anzi meglio, in modo più “onesto” – del politico navigato. Visione semplicistica, superficiale, da disegnino delle scuole elementari. Visione a una o due dimensioni, non certo tridimensionale. E, appunto, una visione iper-democratica, che spazza via concetti come delega e rappresentatività. Siamo tutti in grado, siamo tutti bravi, anzi siamo molto più bravi perché onesti, puri, appassionati.

Quindi il voto di Virginia Raggi vale quanto quello di Beppe Grillo o di Massimo D’Alema o di Benito Mussolini o di Gino Bianchi (chiunque egli sia). Quindi Virginia Raggi vale come D’Alema o come Bianchi. E perché dovrebbe governare lei e non Bianchi (o mio cugino, o un alpinista di mia conoscenza)?

Se l’iper-realismo è la rappresentazione del reale in modo così perfetto che sculture e pitture sembrano vere, anzi più vere del vero, e per questo talvolta inquietanti, così l’iper-democrazia è la democrazia all’ennesima potenza, dove tutti valgono come tutti, perciò sono sostituibili, perciò impossibilitati a esercitare una leadership, e di conseguenza in grado di generare un contesto caotico e iper-litigioso.

Insomma, a mio parere la giunta Raggi a Roma non andrà lontano. Ma auguri.

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